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GEMELLAGGIO CASCIA - GENOVA
Santuario della Madonnetta
27 Aprile 2010
OMELIA DEL CARDINALE ANGELO BAGNASCO
Arcivescovo di Genova e Presidente della CEI
“UNA SANTA E 2 CITTA’”
Eccellenza Carissima
Autorità
Confratelli nel Sacerdozio
Cari Fratelli e Sorelle nel Signore
E’ con gioia che siamo in questo venerato Santuario per celebrare la divina Eucarestia e così suggellare un patto di fede e di devozione fra Genova e Cascia nella memoria di S. Rita. I Padri Agostiniani hanno promosso questo legame speciale, e i loro Vescovi lo hanno volentieri approvato nella sollecitudine per il bene spirituale della comunità cristiana che, a Cascia come a Genova, prega la Santa con particolare affetto e fiducia.
Veramente possiamo ripetere per lei le parole che la Vergine Santissima pronuncia nel suo incontro con Elisabetta: “ Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome.” La storia di S. Rita – che vive a cavallo tra il XIV e il XV secolo – è segnata dalle sue virtù e dalle circostanze sociali di allora. La Grazia di Dio, infatti, lavora nelle anime che non vivono fuori dal tempo, ma che devono fare i conti con i loro tempi. Così fu per Rita, giovane dalla sensibilità umana e religiosa finissima, che avrebbe voluto dedicarsi da subito e interamente al Signore, e che, invece, deve sottomettersi alla volontà dei genitori che, secondo le usanze, imposero alla giovane figlia uno sposo dall’animo aspro e violento. Rita lo amò, ebbe due figli, e, con pazienza, ne trasformò il carattere. La violenza delle faide del tempo tra famiglie e casati – vendette che coinvolgevano padri, figli, amici – travolse presto anche il marito ed avrebbe portato via anche i figli se questi non fossero mancati prima di entrare nell’età adulta. Fu allora che la giovane bussò la porta del monastero delle monache agostiniane di Cascia, dove visse con umiltà e gioia fino al termine dei suoi giorni terreni. A quella porta bussò l’anima desiderosa di Dio, la donna dal matrimonio difficile, la sposa privata violentemente dello sposo, la madre che aveva conosciuto l’apprensione per i figli votati all’odio e alla morte violenta, la vedova capace di perdono e di bontà. E’ da questo terreno, possiamo dire, che il Signore fece spuntare le cose grandi che la storia registra per secoli fino ad oggi, una storia ricca di storia vera tramandata dall’affetto e dalla gratitudine popolare, che ben prima della beatificazione ufficiale (morì probabilmente nel 1457, fu beatificata nel 1628 e canonizzata nel 1900) la venerò nella sua città e oltre. Ed è questa vita, umanamente tormentata e vissuta nella fede e nell’amore, che provoca la devozione a colei che il popolo ha da subito invocata come la “santa degli impossibili”. Infatti, tramutare i rancori e l’odio in sentimenti di perdono, cambiare propositi di conflitto e di sopraffazione in propositi di riconciliazione e di pace, di collaborazione e di bene…..sono miracoli grandi che, non di rado, si scontrano con la durezza e l’impossibilità dei cuori.
Quanto bisogno, in tutti i tempi, di riconciliazione e di pace, di confronto e di cooperazione, di comunione e di unità! Il mondo invoca questo miracolo, lo invoca da Cristo, Principe della pace, e lo pretende dagli uomini. Tutti ci sentiamo interpellati e avvertiamo che è un compito nostro, un nostro dovere, un debito che ognuno ha – per la propria parte – con gli altri.
La riconciliazione chiede fatica e sacrificio, esige intelligenza e apertura: è più veloce la via delle contrapposizioni, delle rivalse, delle chiusure, ma è miope e meschina; sappiamo che non porta da nessuna parte, anzi, porta all’infelicità più grande non solo nel futuro ma già nel presente.
Ma non vogliamo dimenticare un aspetto tipico e molto noto nella devozione a Santa Rita: le rose. Tale aspetto nasce dalla vita stessa della Santa che, nella meditazione commossa della passione di Gesù, chiese al Signore di poterla associare a qualche momento della sua dolorosa passione. Per questo ricevette in dono il martirio della corona di spine che ella sentì per gli ultimi anni della sua esistenza.
Martirio che fu compensato sulla terra negli ultimi giorni del suo pellegrinaggio, quando – come si legge negli atti della canonizzazione – chiese che le portassero una rosa e alcuni fichi del suo giardino. Cosa che avvenne nonostante la neve e il gelo di quelle giornate invernali. Alle nostre orecchie illuministe e disincantate può suonare come una favola delicata e ingenua, qualcosa che fa sorridere non di ammirazione grata, ma di sufficienza. Il Signore ci doni la semplicità del cuore, quelle semplicità che non è semplicissimo né dabbenaggine, ma senso della nostra piccolezza di creature, apertura dell’anima a Dio che ci salva, e che compie cose grandi se noi siamo umili. Come la Vergine Maria che, nella sua umiltà, si affida al Signore e si consegna ad un mistero che la trascende e la salva.
Leone XIII, nel 1900, durante la canonizzazione definì santa Rita “ la perla preziosa dell’Umbria”. Certamente l’Umbria, insieme a San Benedetto da Norcia e a San Francesco d’Assisi, è terra di Santi che hanno illuminato il nostro Paese e la Chiesa nel mondo. Vogliamo che continuino ad illuminare le nostre Diocesi e le nostre Città, persuasi che la santità arricchisce non solo la comunità cristiana ma l’intera comunità civile; è premessa e condizione di beni più grandi e di una società più giusta e umana per tutti.
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