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«Gesù salì sul monte e chiamò a se
quelli che volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con
lui e anche per mandarli a predicare» (Mc 3,13-15). In un contesto solenne, che
sottolinea l' iniziativa dall'alto, Gesù sceglie i capi del nuovo popolo di Dio,
dodici come i patriarchi e le tribù dell'antico Israele. Ad essi affida il
memoriale della sua Pasqua durante l'ultima Cena, in cui istituisce l'eucaristia
e dona agli uomini la Chiesa, che da essa nasce e in essa si esprime: «Fate
questo in memoria di me» (Lc 22, 19 e 1 Cor 11,24). C'è certamente un aspetto
della condizione dell'apostolo che è e resterà irripetibile: il suo diretto
contatto con Gesù, il Cristo. La sua funzione di guida e il suo ministero di
unita non cesseranno tuttavia nella Chiesa voluta dal Signore, che avrà sempre
bisogno di un ministero di unità, analogo a quello esercitato alle origini dagli
apostoli, in continuità storica e spirituale con esso. Questo ministero
apostolico sarà chiamato «ordine», forse in riferimento all'espressione «secondo
l'ordine di Melchisedech», usata dal Sal 110,4 e da Eb 5-7 in relazione al
sacerdozio di Cristo. Sul modello di quanto fa la lettera agli Ebrei parlando di
Gesù, il ministro d'unità sarà presto detto anche «sacerdote».Sin dalle origini
il sacerdote è visto nel suo rapporto alla comunità: scelto da essa, è
costituito per essa. «Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene
costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire
doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta
compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anch'egli
rivestito di debolezza; proprio a causa di questa anche per se stesso deve
offrire sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo. Nessuno può
attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio ... » (Eb
5,1-4). Al sacerdote viene chiesto di essere esperto in umanità, solidale con le
gioie e le sofferenze di tutti, attento e rispettoso della vocazione di
ciascuno, e insieme testimone del dono ricevuto dall'alto, segno vivo del Cristo
pastore che offre la vita per i suoi e li riconcilia con Dio.
Uomo di frontiera, impegnato nella continua intercessione che in persona di
Cristo capo egli svolge fra gli uomini e Dio, il ministro ordinato è chiamato a
vivere la propria esistenza per gli altri non certo come sicurezza facile, ma
come rischio, audacia, scoperta, che sovvertano la logica mondana del guadagno e
le antepongano la bellezza - perfino "perdente" - del dono. La forza del prete
sta proprio nella sua debolezza: è il suo servizio all'unità, il suo esistere
per gli altri ' senza dover accontentare i gusti di nessuno, che lo rende
credibile. In una società, che è spesso una folla di solitudini, dominata
dall'incomunicabilità e dalla paura degli altri, un'esistenza donata per
l'unità, giocata "soltanto" per la riconciliazione, in un impegno di amore
esigente e totale, appare sempre di nuovo una possibilità di rinascita, un segno
di contraddizione sovversivo e liberante, una fonte di vita e di gioia per
tutti. Come l'Apostolo, il sacerdote deve poter dire di sé: «Noi non intendiamo
far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra
gioia» (2Cor 1,24).
Tutto questo non è frutto di capacità umane, ma viene da Dio: è quanto esprime
la liturgia dell'ordinazione, che per antica tradizione si situa all'interno
della celebrazione eucaristica, in cui la Chiesa nasce e si esprime nella forma
più alta. Al momento della vocazione, in cui risuona l'iniziativa del Signore
che sceglie, essa fa seguire quello dell'invocazione, in cui tutta la Chiesa
prega per il dono che sta per esserle fatto nella consacrazione dei nuovi
ministri, e quindi l'atto propriamente sacramentale. La trasmissione del carisma
del ministero ordinato avviene attraverso l'imposizione delle mani e la
preghiera consacratoria dei vescovi, come avveniva gia nella Chiesa delle
origini per il conferimento del dono del ministero da parte degli Apostoli: «Ti
ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l'imposizione delle mie
mani» (2Tm 1,6). La successione episcopale, che e la vivente trasmissione del
carisma ministeriale attraverso l'ininterrotta catena dei successori degli
Apostoli, è cosi l'elemento storico che testimonia, rende visibile e assicura la
continuità della Chiesa nella «tradizione apostolica», la sua permanenza cioè
nelle caratteristiche fondamentali della comunità affidata da Gesù ai Dodici.
Il sacramento dell'ordine nella successione apostolica comprende i tre gradi
dell'episcopato, del presbiterato e del diaconato, in cui già molto presto venne
articolato il ministero di unita nella Chiesa. L'episcopato, «pienezza del
sacramento dell'ordine», fa del vescovo il segno e il ministro dell'unità della
Chiesa locale , al suo interno e nella comunione delle Chiese, espressa dal
collegio episcopale presieduto dal vescovo di Roma; il presbiterato costituisce
i sacerdoti «cooperatori del vescovo», uniti collegialmente intorno al pastore
della Chiesa locale e chiamati ad esercitare il ministero di unità nell'ambito
ad essi affidato; il diaconato, infine, incorpora il ministro al collegio
diaconale in aiuto del vescovo e costituisce il diacono segno e strumento del
servizio della parola e della carità della comunità cui è inviato.
Il rapporto del sacramento dell'ordine alla Trinità è esplicitato nella stessa
preghiera di ordinazione, che è anzitutto un'invocazione rivolta al Padre,
perché prenda possesso dell'ordinando - secondo il significato profondo
dell'imposizione delle mani da parte del vescovo ordinante -, lo colmi del dono
dello Spirito, lo configuri a Cristo sacerdote e ne faccia il segno della sua
iniziativa d'amore nella vita della comunità. Di qui nasce l'esigenza che il
sacerdote testimoni l'assoluto primato di Dio nella sua vita, sia esperto nella
preghiera e nell'ascolto contemplativo del Signore e irradi nel suo servizio di
comunione la luce e la forza che gli derivano dall'unione con la fonte di ogni
dono per il discernimento dei carismi, l'insegnamento della fede e la guida
pastorale e liturgica della comunità.
In rapporto al Figlio Gesù Cristo, sommo ed eterno Sacerdote della nuova
alleanza, l'ordinazione configura l'ordinando a Cristo, capo del corpo
ecclesiale, affinché possa agire in persona di lui per la crescita della Chiesa
nell'unità mediante l'annuncio autorevole della Parola di Dio, la presidenza
della liturgia e la responsabilità di pastore della comunità. Questo rapporto
con Cristo, che ordina al servizio di Dio e della Chiesa, è così profondo e
definitivo in forza della fedeltà del Signore, che ad esso viene dato il nome di
«carattere». Perciò il ministro di unità e chiamato ad essere con la sua intera
esistenza la vivente memoria del Salvatore, vivendo la sequela di Gesù come
condizione decisiva di credibilità del suo servizio di comunione.
Infine, nella liturgia dell'ordinazione viene invocato lo Spirito Santo, perché
faccia dell'ordinando il segno e il servo vivente della comunione ecclesiale,
che il Consolatore incessantemente suscita e vivifica, e lo renda capace di
operare il discernimento e il coordinamento dei carismi in vista dell'utilità
comune. Questo rapporto con lo Spirito esige di essere vissuto anche
esistenzialmente nella docilità del cuore, nell'attenzione a coglierne i segni e
i doni dovunque essi si facciano presenti e nell'incessante invocazione della
grazia di luce e di amore che solo lo Spirito può effondere nei nostri cuori.
Anche attraverso il sacramento dell'ordine la Trinità entra dunque nella storia
degli uomini e suscita vincoli di unità fra di loro e con Dio. Ecco perché lo
stile di vita del ministro ordinato deve essere in maniera esemplare quello
della contemplazione, della comunione e del servizio. L'esistenza stessa di
persone, consacrate dalla Trinità ad essere segno e strumento di reciprocità
liberata e liberante per tutti, mostra, peraltro, anche al di la della possibile
fragilità delle realizzazioni storiche, il rilievo che per ogni vita vissuta
nella grazia ha il dialogo nella carità e la solidarietà nel servizio reciproco.
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