IL FONDAMENTO DOGMATICO
Il Purgatorio come
stato di purificazione morale, al di là della morte, è dogma di fede definito
dalla Chiesa nel II Concilio di Lione (1274) (Denz 464), nel Concilio Fiorentino
(Denz 693), da Leone X (Denz 777), dal Concilio di Trento (Denz 983, cfr.
Simbolo Tridentino, Denz 998).
Una panoramica
storica è presentata da Enrico Zoffoli o. c. 108-111, dove sono evidenziate le
due affermazioni dogmatiche:
1)
esiste il Purgatorio per quelli che
sono morti in grazia di Dio ma che devono espiare la pena temporale per i
peccati commessi;
2) il valore e il dovere del suffragio per i defunti.
Nel corso di oltre dodici secoli - dalle origini
al Medioevo - il Magistero ordinario e universale aveva potuto nutrire la fede
nel Purgatorio specialmente con la catechesi dei Padri, finché il pullulare
delle eresie gnostico-manichee non obbligarono la Chiesa a reagire in modo
perentorio e solenne.
Il primo documento,
Sub
catholicae professione destinato ai Greci - 6 marzo 1254 - risale
a Innocenzo IV. Vi si dice che la purificazione operata dal fuoco del Purgatorio
riguarda i fedeli che muoiono in peccato veniale e devono scontare la pena
temporale dovuta a quelli gravi, rimessi quanto alla colpa: « ... parva et minuta
purgantur qua e post mortem etiam
gravant, si in vita fuerunt relaxata» (D-S 838s)
Nel II Concilio ecumenico di Lione, celebrato
sotto Gregorio X (1274), la Professione di fede firmata dall'imperatore Michele Paleologo e letta alla presenza del Papa, precisava la dottrina tradizionale,
aggiungendo che si tratta di fedeli morti in grazia di Dio (in
caritate decesserint): non hanno fatto la penitenza dovuta ai
peccati commessi, e a loro giovano i suffragi
dei Vivi, come Messe, preghiere, elemosine ed altre pie pratiche che sogliono
farsi «secundum Ecclesiae instituta» (D-S 856).
Sotto Benedetto XII,
la presa di posizione contro alcuni errori attribuiti agli Armeni (agosto 1341)
conferma la dottrina tradizionale. Essi negavano l'esistenza del Purgatorio,
sostenendo che al cristiano basterebbe confessare le proprie colpe per ottenerne
il perdono e la remissione delle rispettive pene; e che per i defunti si
dovrebbe pregare come per tutti gli altri non bisognosi di suffragi (cfr. D-S
1010).
Nel 1351 Clemente VI scrive agli Armeni per accertarsi se credano nel Purgatorio, dove le anime,
decedute in pace con Dio, devono subire la pena temporanea del fuoco per
condurre a termine la soddisfazione dei loro peccati. Compiuta la necessaria
purificazione, esse godono subito la visione beatifica, anche prima del giudizio
universale (D-S 1057). Il Concilio ecumenico di Firenze, nel decreto Laetentur caeli (6 luglio 1439)
riguardante la composizione dello scisma dei Greci, ribadisce quanto era stato
insegnato dal II Concilio di Lione e dal decreto per gli Armeni di Clemente VI
(D-S 1304s).
Particolare
l'attenzione alle indulgenze per i defunti nella bolla Salvator noster (3 agosto 1476) di Sisto IV
(D-S 1398); la quale però, avendo dato luogo ad equivoci e false
interpretazioni, fu seguita dall'enciclica Romani
Pontificis provida (27 novembre 1477), in cui il Papa esprime il
proprio disappunto per quanto era stato propagato: "Non sine gravi animi Nostri displicentia intelleximus
nonnullos minus recte et longe aliter quam intentio Nostrafuerit aut sit
huiusmodi verba interpretatos esse ... » (D-S
1406).
Segue la condanna,
da parte di Leone X, delle 41 tesi di Lutero, contenuta nella bolla Exsurge Domine (15 giugno 1520),
quattro delle quali riguardano il Purgatorio (nn. 37, 38, 39,40):
- la sua esistenza
non risulta dalla S. Scrittura;
- non tutte le anime
sono certe della propria salvezza; né vi sono ragioni per le quali si può
asserire che non possono meritare e crescere nella carità;
- le anime del
Purgatorio peccano ogni volta che cercano il riposo e non sopportano le pene
subite;
- le medesime, una
volta liberate, sono meno felici in seguito ai suffragi dei vivi di quanto lo
sarebbero se da se stesse avessero soddisfatto la giustizia di Dio (D-S
1487-1490)
Il 3 dicembre
1563, il Concilio di Trento riassume e conferma la dottrina sul Purgatorio nel
decreto che lo riguarda espressamente: «La
Chiesa cattolica, ammaestrata dallo Spirito Santo per mezzo della Sacra
Scrittura e attraverso l'antica tradizione dei Padri, ha insegnato nei sacri
Concili, e, recentissimamente, in questo sinodo ecumenico,
CHE ESISTE IL PURGATORIO E CHE LE
ANIME IN ESSO TRATTENUTE VENGONO AIUTATE DAI SUFFRAGI DEI FEDELI, SPECIALMENTE
DAL SACRIFICIO
DELL'ALTARE (potissimum vero acceptabili
altaris sacrificio iuvari); e il santo sinodo ordina ai vescovi di procurare
diligentemente che la sana dottrina circa il Purgatorio trasmessa dai santi
Padri e dai sacri Concili
SIA CREDUTA DAI FEDELI CRISTIANI, CONSERVATA, INSEGNATA E PREDICATA IN OGNI PARTE» (D-S 1820. iv., 1867).
La professione di
fede contenuta nella bolla di Pio IV, lniunctum
nobis (13 novembre 1564), fa eco alla dottrina di Trento: :Constanter
teneo purgatorium esse, animasque ibi detentas fidelium saffragiis iuvari» (D-S
1867).
Sotto Pio X, la
Chiesa leva ancora una volta la voce contro alcuni errori degli Orientali a
proposito del nostro dogma di fede Ex quo, nono, 26 dicembre 1910. - D-S 3554).
ella Lumen Gentium del Vaticano II figura anche
la categoria dei fedeli che «passati da questa vita, stanno purificandosi» in
Purgatorio (iv., 49). Il Concilio sottolinea che la «Chiesa
dei viatori fin dai primi tempi della religione cristiana coltivò con
grande
pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro anche suffragi ... » (iv., 50).
Crediamo -
concludiamo con Paolo VI - che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia
di Cristo - sia quelle che devono ancora essere purificate dal fuoco del
Purgatorio, sia quelle che, come il buon ladrone, sono ricevute in Paradiso da
Gesù subito dopo essersi separate dal corpo - costituiscono il popolo di Dio
dopo la morte, la quale sarà distrutta totalmente nel giorno della resurrezione,
nel quale le anime si riuniranno ai loro corpi». (Professione di
Fede, 30 giugno 1968)
IL FONDAMENTO BIBLICO
Dopo la festa di Pentecoste del 162 a.C.,
avviene uno scontro a lamnia tra i soldati di Giuda Maccabeo e quelli di Gorgia,
stratega del re dell' ldumea. Muoiono anche dei soldati di Giuda colpevoli di
idolatria perché avevano preso come bottino amuleti pagani e sono sepolti nei
pressi di Odollam.
Il brano del secondo libro dei Maccabei è il più importante documento
sull'espiazione al di là della morte e sul valore del sacrificio espiatorio
«Il giorno dopo, quando ormai la cosa era diventata necessaria, gli uomini di
Giuda andarono a raccogliere i cadaveri per deporli con i loro parenti nei
sepolcri di famiglia. Ma trovarono sotto la tunica di ciascun morto oggetti
sacri agli idoli di lamnia, che la legge proibisce ai Giudei; fu perciò a tutti
chiaro il motivo per cui costoro erano caduti. Perciò tutti, benedicendo
l'operato di Dio, giusto giudice che rende palesi le cose occulte, ricorsero
alla preghiera, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato.
Il nobile Giuda esortò tutti quelli del popolo a conservarsi senza peccati,
avendo visto con i propri occhi quanto era avvenuto per il peccato dei caduti.
Poi fatta una colletta, con un tanto a testa, per circa duemila dramme
d'argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio,
compiendo così un'azione molto buona e nobile, suggerita dal pensiero della
risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero
risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli
considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella
morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò
egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti
dal peccato» (2 Mac 12, 39-45).
Altri due testi sono del Nuovo Testamento. Il testo di Matteo indica
implicitamente dei peccati che saranno perdonati nel secolo futuro
«Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma
la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del
Figlio dell' uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli
sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro» (Mt 12, 31.32) .
Il testo di Paolo nella prima lettera ai Corinzi è più diretto e parla dell'
opera apostolica che però sarà bruciata, purificata dalle sue imperfezioni con
una punizione, per l'apostolo che ha costruito con legno, fieno, paglia sul
fondamento che è Gesù Cristo, ma lasciandolo in salvo "però come attraverso il
fuoco"
«Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho
posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento
come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che
già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce
con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno
sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e
il fuoco proverà la qualità dell' opera di ciascuno. Se l'opera che uno costruì
sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l'opera
finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il
fuoco» (1 Cor 3, 10-15).
FONDAMENTO PATRISTICO
1 - ATTI DEI MARTIRI
Proprio un sogno-visione apre la serie delle visioni dei defunti
Anche gli Atti dei martiri sono inseriti negli scritti patristici, poiché
sono padri nella fede, avendola scritta e testimoniata col sangue.
Inequivocabile è la testimonianza di Vibia Perpetua che con altri cristiani subì
il martirio a Cartagine il 7 marzo del 203. In carcere, la santa ebbe la visione
del fratello Dinocrate, morto a sette anni in seguito ad un tumore alla faccia,
«sì che la sua fine aveva destato grande ribrezzo di tutti».
7,1. «Pochi giorni dopo, mentre siamo tutti raccolti in preghiera, mi venne
all'improvviso di fare a voce alta il nome di Dinocrate. Mi stupii che non mi
fosse venuto in mente prima, bensì solo in quel momento, e provai un gran dolore
al ricordo della sua disgrazia. 2. Compresi all'istante che ero diventata degna
di intercedere per lui, e che lo dovevo fare. Pregai a lungo per lui, levando i
miei lamenti al Signore. 3. La notte stessa ebbi questa visione. 4. Vidi Dinocrate uscire da un luogo tenebroso, dov'erano in molti, tutto accalorato e
assetato, d'aspetto ripugnante, d'un pallore mortale e, sul volto, la ferita che
aveva al momento della morte. 5. (Questo Dinocrate era stato un mio fratello
carnale, morto orribilmente a sette anni per un tumore che lo aveva colpito al
viso, e perciò la sua morte aveva suscitato l'orrore e il compianto di tutti. 6.
Era per lui che avevo pregato). Ma la distanza che ci separava era grande: non
avremmo potuto in alcun modo avvicinarci, né lui a me né io a lui. 7. Dove si
trovava Dinocrate, c'era una vasca piena d'acqua il cui bordo superava in
altezza la statura del fanciullo. Dinocrate, nel tentativo di bere, si
protendeva con tutte le sue forze. 8. E io provavo un gran dolore vedendo che,
pur essendo la vasca piena d'acqua, l'altezza del bordo gli impediva di bere. 9.
Qui mi svegliai, e compresi che mio fratello era in difficoltà, ma confidai di
riuscire in qualche modo ad aiutarlo. E pregai per lui ogni giorno, finché non
fummo trasferiti nella prigione militare (era infatti il compleanno del cesare Geta, e noi eravamo stati destinati a combattere con le fiere nell'anfiteatro
militare); l0. pregai per lui giorno e notte, gemendo e lacrimando, perché mi
fosse concessa la grazia.
8, 1. Il giorno stesso in cui fummo messi in ceppi, durante la notte ebbi questa
visione. Vidi quello stesso luogo che avevo visto la volta precedente, e
Dinocrate ben lavato, ben vestito e in salute; dove aveva la ferita, vedo una
cicatrice; 2. e la vasca che già conoscevo aveva il bordo abbassato all' altezza
dell'ombelico del fanciullo, e l'acqua sgorgava senza posa. 3. Sul bordo c'era
una coppa d'oro piena d'acqua. Dinocrate si accostò e bevve da quella, e l'acqua
nella coppa non veniva meno. 4. Saziata la sete, prese a giocare e a divertirsi
con l'acqua, come fanno i bambini. Qui mi svegliai, e compresi che era stato
liberato dalla pena».
2 - PADRI ORIENTALI E PADRI OCCIDENTALI LATINI
S. Agostino commenta che il ragazzo, dopo il battesimo, forse aveva partecipato
a qualche atto d'idolatria, indottovi dal suo padre pagano . Quel che interessa
sottolineare non è tanto, ovviamente, il sogno di Perpetua, quanto le sue
convinzioni sulla vita d'oltretomba e la realtà di una purificazione, ritenuta
necessaria per varcare le soglie della vita eterna.
La fede della santa martire era tanto diffusa e radicata all'inizio dell' III
secolo che Tertulliano (+ 222/3) parlando di lei, accenna alle offerte per i
defunti fatte nell'anniversario della loro morte: «Oblationes pro defunctis, pro
natalitiis annua die facimus» . La moglie - informa - prega per l'anima del
marito: «Pro anima eius ora!. .. »
Identici i sentimenti di fede espressi da Clemente Alessandrino e dallo storico
Eusebio di Cesarea.
S. Cirillo di Gerusalemme (+386) informa che si solevano ricordare tutti i
defunti e che grandissimo (maximum) era il sollievo da essi ricevuto per la
preghiera fatta durante il Sacrificio eucaristico.
I peccati che, dopo la morte, impediscono di riposare finalmente con Cristo, da
S. Basilio (+379) sono paragonati alle ferite ricevute da quei valorosi atleti
di Dio che per tutta la vita hanno lottato contro nemici invisibili.
Chiunque sa bene che dopo la morte l'anima non potrà partecipare alla vita di
Dio, se prima il fuoco del Purgatorio non l'avrà mondata da ogni macchia di
peccato. Questa la convinzione di S. Gregorio Nisseno , condivisa da S. Epifanio
(+403), secondo il quale dobbiamo pregare per i defunti come per coloro che
intraprendono un lungo viaggio:
S. Giovanni Crisostomo esorta a pregare e far
pregare per i defunti secondo il costume tramandato dagli Apostoli.
S. AMBROGIO
Scrive nell' orazione funebre per la morte dell' amato fratello Satiro:
«Piansero anche i poveri e - contributo molto più vantaggioso e più ricco di
frutti - con le loro lacrime lavarono le sue colpe. Queste sono le lacrime che
redimono, questi sono i gemiti che non lasciano apparire il dolore della morte,
questo il dolore che occulta la sofferenza dell'antico dolore con l'abbondanza
di una gioia senza fine» (Le orazioni funebri - Per la dipartita del fratello l,
5, SAEMO 18, Milano 1985, 27).
S. AGOSTINO
Riferisce le ultime parole commoventi e teologiche della mamma Monica morente:
«Cosa le risposi, non ricordo bene. Ma intanto, entro cinque giorni o non molto
più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in
deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo.
Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che
le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: «Dov'ero?»,
poi, vedendo il nostro afflitto stupore: «Seppellirete qui, soggiunse, vostra
madre». lo rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò
qualche parola, esprimendo l'augurio che la morte non la cogliesse in terra
straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All' udirlo, col
volto divenuto ansioso gli lanciò un'occhiata severa per quei suoi pensieri,
poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: «Vedi cosa dice», e subito dopo,
rivolgendosi a entrambi: «Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene
pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi
all'altare del Signore». Espressa così come poteva a parole la sua volontà,
tacque. Il male aggravandosi la faceva soffrire».
S. EFREM
«Fratelli - chiede il contemporaneo S. Efrem nel suo testamento nel trentesimo
giorno della mia morte, ricordatevi di me. I defunti infatti sono suffragati
dalle offerte che sogliono fare i superstiti».
S. GREGORIO MAGNO
«Ciascuno si presenterà al giudizio finale quale uscì da questo mondo. Ma di
alcune lievi colpe tuttavia bisogna credere che, prima del giudizio, ci sia un
fuoco che purifica, perché Gesù dice che se uno offende lo Spirito Santo non gli
sarà perdonato in questo secolo né in quello futuro (Mt 12, 32). Ora, ciò fa
pensare che ci sono dei peccati che possono essere rimessi in questo mondo, ed
altri nel futuro: ciò che si nega di alcuni, si concede di altri, trattandosi
tuttavia sempre di peccati veniali ... » illuminante la storia della sua
origine, narrata dallo stesso Santo: Nel suo monastero un certo Giusto,
farmacista e suo infermiere, poco tempo prima di morire, fece sapere a suo
fratello Copioso di possedere segretamente tre monete d'oro.
Venutosi a scoprire dagli altri monaci, il fatto fu riferito al Santo, che ne
soffrì molto per la trasgressione della Regola che vietava ai religiosi la
proprietà di qualsiasi cosa.
Gregorio allora cominciò a pensare come potesse far ravvedere Giusto e dare a
tutti una lezione esemplare. Chiamò a sé Prezioso, superiore della comunità, e
gli comandò: «Va'! Nessuno visiti il moribondo e lo
conforti. Se poi egli chiederà l'assistenza di qualcuno, suo fratello Copioso
gli dica pure che i monaci hanno biasimato il suo operato, e che almeno in punto
di morte si ravveda, essendosi egli appropriato di quelle monete. Dopo la sua
morte, il suo cadavere non si seppellisca insieme con quelli dei confratelli, ma
si deponga nella fossa scavata nel letamaio. Sul suo corpo, quindi, si gettino
le tre monete d'oro gridando in coro: "Il tuo denaro sia con te in perdizione!" (At 8, 20). Poi si seppellisca». I monaci
si comportarono come Gregorio aveva ordinato, e Copioso spiegò tutto al fratello
morente, che prima di spirare si ravvide ... L'accaduto servì di esempio a
tutti, vivamente impressionati dalle parole del Santo.
Ora, essendo passati trenta giorni dalla morte di Giusto, Gregorio pensò
come potesse suffragarne l'anima; ciò che confidò anche al superiore del
monastero, al quale disse: «Va' e da oggi stesso fa
celebrare una Messa per trenta giorni consecutivi per il defunto!»
Tutto fu eseguito. Ora, pensando ad altro, continua il Santo, e passando i
giorni senza avvertirne il numero, una notte il defunto apparve al fratello
Copioso, che chiese a Giusto cosa fosse accaduto. «Finora
- rispose - sono stato male, ma ora sto bene, perché oggi sono passato alla vita eterna!». Copioso riferì tutto ai monaci che, calcolando il numero
dei giorni, constatarono che la trentesima delle Messe ordinate era stata
celebrata. Ora né Copioso sapeva nulla di queste Messe, né i monaci erano
informati della visione avuta da Copioso, risultando perciò la piena coincidenza
della visione di questi e delle Messe celebrate.
ISCRIZIONI CRISTIANE
Le iscrizioni cristiane cimiteriali confermano la fede nella vita eterna e
l'importanza della preghiera per i defunti.
A Roma le iscrizioni cristiane del secolo III -VII sono ovviamente più numerose.
Così, nel Cimitero Maggiore, si legge: «Mercurio alla benemerita consorte Giusta
pose. Visse con me 14 anni; madre di sette figli,
ne lasciò due. PREGA, PREGA PER LORO»
(iscrizioni cristiane a Roma. Testimonianze di vita cristiana secoli III - VII a
cura di Carlo Carletti, Nardini editore, Firenze, 1986, p. 54).
Nel Cimitero di Priscilla, un'altra lapide non è meno espressiva: « ... Vi imploro, fratelli, quando venite qui per pregare e in
tutte le vostre preghiere, supplicate il Padre e il Figlio, ricordatevi di far
menzione della cara Agape, affinché Dio onnipotente conservi Agape in eterno».
Bellissima quest'altra:
«Sepoltura. A Lucifera, dolcissima consorte. Avendo
lasciato al marito ogni dolcezza pur nel lutto più profondo, meritò che si
scrivesse questa epigrafe, affinché chiunque dei fratelli leggerà preghi Dio,
perché (lei) Con il suo spirito santo e innocente, in Dio sia accolta. Visse 22
anni, 4 mesi, 6 giorni».
Nel Cimitero di Domitilla, una lastra marmorea ricorda Aurelio Eliano della
Paflagonia, fedele servo di Dio ... Si aggiunge la supplica: « ... Si ricordi di lui Dio nei secoli»
In un epitaffio del Cimitero di San Panfilo la preghiera è rivolta ai Martiri: «Martiri
santi, buoni, benedetti, soccorrete Ciriaco».
Nel medesimo cimitero, un'altra lapide dice: «Flavia Prima
da Mevania -municipio dell'Umbria - (consorte) di
Aurelio Semno. Il Signore ristori il tuo spirito,
piccola cara»
Dolce consorte Babosa - dice un'epigrafe del Cimitero di Commodilla - ti ristori Dio e Cristo e i
nostri signori Adautto e Felice.
E così il ricorrente augurio di vivere in pace non può non essere rivolto
a tutti i fedeli che ancora non la godono, per cui hanno bisogno di essere
suffragati, come suggeriva la stessa liturgia. Commosse quanto suggestive le
seguenti invocazioni delle catacombe, documento della fede, dell'umiltà e della
speranza dei primi fedeli:
«VIVAS IN CHRISTO!». «IN REFRIGERIO ANIMA TUA!». «DEUS
REFRIGERET SPIRlTUM TUUM!». «VOS PRECOR, O FRATRES, ORARE HUC QUANDO VENlTIS!».
«ROGO VOS OMNES, QUI LEGlTIS, ORARE PRO ME PECCATORE!».
IL FONDAMENTO LITURGICO
La preghiera liturgica per i defunti risale al
sec. V. Essa esprime ciò che era vissuto e manifestato nella fede ecclesiale
come risulta dalle epigrafi degli epitaffi e dalle testimonianze patristiche.
Dal VI VII secolo si prese l'abitudine di celebrare "messe private" per i
defunti. Nei sec. VII e VlIl la preghiera per i defunti venne inserita
nell'ufficio divino, originando tra il IX e il X secolo la pratica comune
dell'Ufficio dei Defunti.
L'istituzione della festa del 2 novembre risale a S. Odilone abate di C1uny (994
- 1049) , probabilmente tra il 1024 e il 1033 come scrive Le Goff che
riferisce l'episodio del monaco Jotsuald nella vita di S. Odilone: un monaco
trova in un isolotto un eremita che gli parla dei luoghi infuocati dove si
sentono le invocazioni delle anime gementi rivolte ai monaci di Cluny per essere
liberate. L'episodio si trasmette poi a Pier Damiani e a Jacopo di Varazze. A
partire dal 13° secolo la festa si estende a tutta la cristianità *.
Nel rito dell'ordinazione sacerdotale che risale alle origini, il
vescovo dice: "ricevi il potere di celebrare la messa sia per i vivi
come per i defunti".