
SAN FULGENZIO DI RUSPE
(Thelepte 467 - Ruspe 527)
La vita di Fulgenzio è descritta nella Vita S. Fulgentii, un testo redatto nel 533 ed attribuito ad un suo discepolo, il diacono cartaginese Ferrando, morto nel 546 circa. Fulgenzio apparteneva alla ricca famiglia senatoriale romana dei Gordiani che si era stabilita a Cartagine. Nacque a Thelepte, oggi Nedimet-el Kedima, presso Tunisi nel 467. La madre Mariana curò con diligenza la formazione cristiana e culturale dei suoi due figli, e Fulgenzio in particolare dimostrò presto una intelligenza vivace ed una ottima memoria. Benchè giovane venne presto incaricato dalla madre a gestire l'amministrazione dei beni familiari. Per le sue doti gli fu affidato l'incarico di procuratore delle imposte della sua provincia. Si era assicurato una vita agiata, dedita alla cura dei beni terreni e non priva di mondanità. La sua fede e l'amore per lo studio lo tenevano ben ancorato però allo studio della Bibbia e fu proprio questa lettura a fargli nascere nel cuore una santa inquietudine per la sua condotta di vita. A poco a poco cominciò ad allontanarsi dalle occasioni mondane e dalla sua cerchia di amici. La conversione piena arrivò però solo dopo la lettura del commento al salmo 36 di Agostino, che lo convinse a darsi totalmente all'ascesi. Si decise a indossare l'abito monastico: dapprima rimase a vivere in casa dedicandosi alle comuni occupazioni familiari ed amministrative, e poi completando il dono di sé entrò nel monastero di Fausto. Qui Fulgenzio maturò la sua impostazione ascetica. Le persecuzioni di Unnerico fecero disperdere la comunità di Fausto e Fulgenzio trovò rifugio in un monastero vicino, dell'abate Felice, del quale divenne a poco a poco un fidato collaboratore, fino a dividerne l'autorità abbaziale. Le continue invasioni e le insidie degli ariani costrinsero anche la comunità di Felice a spostamenti continui: Fulgenzio fu imprigionato con i suoi confratelli, e dopo la loro liberazione dovettero affrontare altre peripezie. Attratto dalla solitudine perfetta del deserto attraverso la lettura delle opere di Cassiano, viaggiò verso l'Egitto, ma fu dissuaso dal suo proposito per le eresie che serpeggiavano nella terra degli eremiti. Passò pellegrino per Roma e conobbe persone illustri con le quali instaurò successivamente dei rapporti epistolari. Fu ordinato vescovo a Ruspe nel 502 ma venne esiliato due volte in Sardegna. Fondò monasteri sia in patria che durante il periodo dell'esilio e fu sempre combattuto tra la vita cenobitica e l'anelito verso la totale solitudine. Dai suoi scritti traspare la sua passione per il pensiero di Agostino: il suo ideale di vita monastica si rifà a tal punto a quello agostiniano da essere chiamato "Augustinus breviatus". Anche lui, come Agostino, resse la sua piccola diocesi di Ruspe sullo stile monastico. Presso la chiesa cattedrale aveva infatti eretto un nuovo monastero, nel quale egli stesso viveva poveramente, dedicando gran parte del suo tempo alla preghiera corale e alla composizione di opere dottrinali e pastorali. Padre e pastore del suo gregge, devolveva tutte le sue entrate ai poveri. Aveva spiccata attitudine alla predicazione: si racconta che il vescovo di Cartagine, sentendolo predicare nella basilica di Furnos, pianse di commozione. Morì a Ruspe il 1 gennaio dell'anno 527. L'Ordine agostiniano celebra la sua festa il 3 gennaio con una messa già a partire dal 1581.
4 gennaio
Beata Cristiana Menabuoi
(1237 - 1310)
Il monastero di S. Croce sull'Arno, vicino a Pisa, celebra nel XX secolo il settimo centenario della sua esistenza voluta dalla beata Cristiana Menabuoi, che lo iniziò come reclusorio nel 1279. Quindici anni dopo, nel gennaio 1294, fu trasformato in monastero. Come Chiara da Montefalco, anche Cristiana, che forse non conobbe la loro esperienza, cercò con successo di realizzare lo stesso ideale di vita religiosa. La sua vita e la fondazione del suo monastero sono sufficientemente conosciuti grazie soprattutto alla biografia di un anonimo, quasi contemporaneo, che riferisce le sue virtù e i suoi miracoli. Un'altra fonte di documenti interessantissimi sono le lettere che scambiò con due vescovi di Lucca, alcuni cardinali e altri benefattori. Nel prologo l'anonimo biografo assicura che narrerà " i fatti e i miracoli dei quali è stato testimone oculare, o che gli sono stati narrati da alcune religiose, che vissero per molto tempo con lei nel suo monastero o da vari altri testimoni." Secondo quanto racconta la beata Cristina, al secolo Oringa Menabuoi, nacque a S. Croce dell'Arno tra il 1237 e il 1240. Amante della purezza fin dall'infanzia, cercò di mantenere sempre candidi la mente e il cuore, dedicandosi a piccole opere di misericordia. I suoi genitori erano poveri lavoratori "di umile condizione sociale, che le imposero nel battesimo il nome di Oringa. Ma è notorio che durante la sua vita fu chiamata Cristiana". Restò presto orfana di madre e subì vari maltrattamenti dai suoi fratelli, non ultimo quello di volerla obbligare a sposarsi. Verso il 1259 decise di fuggire da casa e si rifugiò a Lucca, dove per cinque anni fu domestica di un nobile "ritenuto generalmente per uomo virtuoso e di vita esemplare". In questo periodo con alcune sue compagne devotamente religiose andò in pellegrinaggio al santuario di S. Michele Arcangelo sul monte Gargano. Nel ritorno si trattenne vari anni a Roma al servizio di una nobile e pia vedova chiamata Margherita, dando tale esempio di virtù che "come divinamente ispirati cominciarono tutti a chiamarla Cristiana". Con la stessa nobildonna dimorò ad Assisi, dove "il Signore le mostrò in visione una casa edificata in un luogo e in un modo, in cui poi lei fece costruire il monastero di S. Croce."Verso il 1277 ritornò nel paese natale e incominciò a mettere in pratica il suo ideale di vita religiosa. Altre giovani seguirono il suo esempio desiderando condurre una vita dedicata al servizio di Dio. Dopo qualche comprensibile contrasto e incomprensione con il vescovo diocesano e con il clero locale, ella poté finalmente realizzare la sua opera. Su sua richiesta, il 31 ottobre del 1279 l'amministrazione comunale di S. Croce sull'Arno le concesse una casa "nella quale potessero vivere lei e le altre che le si unissero nel servizio del Signore". Il 14 novembre con un'altra deliberazione la municipalità le permise di tenere con sè fino a "dodici donne oneste e di buona fama" e il 24 dicembre dello stesso anno la medesima autorità dichiarava che quanto era stato concesso aveva il valore di "una donazione" (V. Cecchi, Una fondatrice toscana del secolo XIII e le sue Costituzioni (Santa Cristiana da Santa Croce sull'Arno), Firenze 1927, 83-103). Inizialmente questo romitorio non era agostiniano. Infatti come attesta con estrema chiarezza il documento del 14 novembre 1279 la Beata Cristiana e le sue compagne sono indicate come terziarie francescane. Continuarono sotto questa denominazione probabilmente per altri quindici anni fino al 1294. Un documento del 23 gennaio di quell'anno, in cui il vescovo Paganello dei Porcari, vescovo di Lucca, concedeva loro vari privilegi, le chiama infatti per la prima volta "monache dell'Ordine di S. Agostino." Fu forse lo stesso vescovo a consegnare loro la regola del Santo, dopo che aveva loro permesso nel 1286 di costruire un oratorio "nel quale potete dedicarvi alla lode divina, fare atti di penitenza e recitare fruttuose orazioni."L'appartenenza all'Ordine di S. Agostino appare con maggiore evidenza nel breve, che il cardinale legato di Firenze Pietro Duraguerra indirizzò alle monache nel settembre del 1296, nel quale confermava quanto aveva loro imposto il suddetto vescovo e cioè "che viviate in perpetua clausura, che nel vostro monastero si osservi sempre la Regola di S. Agostino, che sia in vostro potere l'elezione dell'abbadessa." Tra le altre disposizioni il legato imponeva che rimanessero esenti dal pagare decime, censi, collette e ogni tipo di tributi, esattamente come le monache degli altri Ordini. La piena appartenenza all'Ordine agostiniano è confermata nel 1295 dal nuovo superiore generale degli agostiniani, Simone da Pistoia, il quale a Siena dichiarava che rendeva partecipi dei beni spirituali dell'Ordine "l'abbadessa e la comunità del monastero di S. Maria Novella del castello di S. Croce" per l'affetto, che avevano dimostrato verso l'Ordine agostiniano, "come abbiamo saputo dalla relazione dei nostri religiosi."Nel 1303 il nuovo vescovo di Lucca, Enrico Del Carretto, dell'Ordine di S. Francesco, esortava i suoi fedeli a contribuire con le loro elemosine a ultimare le opere del monastero di suor Cristiana "poiché nel suo oratorio si celebra tutti gli anni con speciale e sincera devozione la solennità della Concezione della Gloriosissima Vergine Maria."Nel 1309 per l'estrema povertà in cui versavano, le monache furono costrette a ricorrere alla questua, "quod ipsas oportet necessario mendicare", come accertò il cardinale Arnaldo Pellagrua, legato del papa Clemente V in Italia. I momenti di difficoltà vennero superati finalmente nel 1311 quando il cardinale Giacomo Colonna, grande ammiratore delle virtù di S. Chiara da Montefalco, le prese sotto la propria protezione. Fu così possibile procedere nel 1317 ad nuovo ampliamento del loro monastero, "propter multitudinem monalium", poiché grande era l'afflusso di nuove religiose. Nel frattempo Cristiana era già morta il 4 gennaio del 1310. L'anonimo, che scrisse la sua vita nella prima parte di quel medesimo secolo, esalta la sua innocenza coltivata fin dalla giovinezza, il suo perfezionamento nella pratica della virtù, la sua capacità di penetrare la psiche delle persone, i suoi miracoli, le sue profezie e il suo trapasso. Quanto alla morte l'anonimo narra che "quando la serva di Dio era già settantenne ... una paralisi la immobilizzò nel letto per tre anni; perduta completamente la sensibilità del lato destro e afflitta da dolori acuti in tutte le parti del corpo, lei, con la preghiera quotidiana, li sopportava con gioia ... Mentre Cristiana si preparava ad uscire da questo mondo tenebroso, la luce dell'altro, verso il quale si incamminava, cominciò a risplendere sempre più nel suo volto e nella sua anima ... E nell'ora del suo transito il suo sembiante brillava di tale gioia, che era facile comprendere come quell'anima beatissima, morendo al mondo, cominciava a vivere nella felicità eterna ... Fece chiamare attorno a sé le sue consorelle e trattandole con tenerezza e con materno affetto e consolandole con soavi parole, spirò nel Signore ... Il suo corpo non fu sepolto nel tempo dovuto, ma rimase esposto diciotto giorni, senza che si notasse alcun indizio di corruzione ... Gli abitanti di S. Croce e una moltitudine straordinaria di persone, dell'uno e dell'altro sesso, dai paesi circonvicini vennero in processione e intonando cantici spirituali per venerare il corpo della Beata." Le autorità di Santa Croce proclamarono il 4 gennaio giorno di festa per l'intera cittadina. Ancora oggi la devozione a "santa Cristiana", come viene chiamata nella sua terra d'origine, si mantiene viva in tutta la provincia lucchese e nelle regioni più distanti. Anche la sua memoria è ben conservata nei libri liturgici dell'Ordine agostiniano. Il suo culto fu confermato il 15 giugno 1776
9 gennaio
Beata MARIA TERESA di GESU'
(1576 - 1622)
Al secolo Alessia Le Clerc, nacque a Remiremont in Lorena il 2 febbraio 1576 e morì a Nancy il 9 gennaio del 1622. Donna affabile e dotata di spiccata intelligenza, era da tutti amata e ricercata. Trascorse la giovinezza cedendo alle vanità del mondo. A seguito di una crisi spirituale, ispirata dalla Grazia Divina, prese la decisione di mutare vita e volle consacrarsi a Dio con il voto di castità. Datasi a vita di pietà sotto la direzione di S. Pietro Fourier. Nella notte di Natale del 1597 insieme a quattro compagne incominciò il suo apostolato, cioè l'insegnamento alle fanciulle povere. Nel 1598 prese ad osservare, con altre pie giovani, le regole dettate dallo stesso santo in Poussay. Aprì a Mattaincourt una scuola ed altre si diffusero in breve in tutta la Francia. Con l'assenso del vescovo do Toul nacque così la Congregazione delle Canonichesse Regolari di S. Agostino, sotto la regola di S. Agostino, che fu approvata da Paolo V e confermata da Urbino VIII; il primo monastero sorse a Nancy nel 1617, sempre sotto la direzione di S. Pietro Fourier. Fu beatificata nel 1947.
13 gennaio
Beata VERONICA da BINASCO
(Binasco 1445 - Milano 1497)
Il 13 gennaio di ogni anno gli abitanti di Binasco celebrano la festa liturgica della beata Veronica monaca agostiniana. La festa ricorda per l'appunto la sua morte avvenuta il 13 gennaio 1497. Durante la giornata i devoti di Binasco e dei comuni confinanti visitano e pregano davanti all'artistica urna della Beata agostiniana, pregandola di intercedere presso il Signore per la pace del mondo. Giovanna, è il nome che le fu imposto quando venne battezzata, anche se tutti la chiamarono Nina, nacque nel 1445 da Giacomina e Zanino Negroni nella semplicità di una casa contadina, situata nella borgata di Cicognola. L'abitazione era umile, ma una vera chiesa domestica, nella quale i due contadini erano amorevolmente uniti intorno alla culla di vimini intrecciati nella quale dormiva Nina, loro vera ricchezza. La piccola cresceva serenamente nella pace del focolare domestico; ed in quell'ambiente cominciò a sentire una chiamata speciale, quella di consacrarsi a Dio. Con l'aiuto della costante preghiera, che è come l'acqua e la luce per le piante, e l'assidua frequenza dei sacramenti della confessione e dell'Eucarestia, quella voce interiore diveniva sempre più insistente. Aveva ormai diciotto anni, quando si presentò al monastero di sant'Orsola, a Milano, chiedendo di essere ammessa tra quelle suore. La Superiora l'accolse freddamente, respingendo la sua richiesta. Umiliata, ma non rassegnata, ritornò alla sua terra, non sapendo che era predestinata a divenire una speciale figlia del grande santo padre Agostino. Nina, infatti, bussò al monastero agostiniano di santa Marta, chiedendo di servire il Signore, facendo presente di non sapere leggere. La madre superiora suor Michelina l'accolse con cordialità. L'ascoltò con molta attenzione, ma la rimandò in famiglia, consigliandole di riesaminare attentamente la sua chiamata e d'imparare a leggere per poter recitare con le altre consorelle i salmi, in attesa della risposta. Rincuorata dalle parole di suor Michelina, ritornò al lavoro dei campi, mentre di notte, anche se stanca, cercava d'imparare a leggere. Era il 1463 quando comparvero per la prima volta i libri nella casa di Cicognola. Le difficoltà erano enormi in quanto Nina era poco incline allo studio e non aveva una maestra. Cosciente dei suoi limiti, insisteva nel tentativo d'imparare a leggere, chiedendo aiuto a Chi tutto può; e l'aiuto giunse, prodigiosamente. Una domenica mattina, mentre era immersa nella preghiera, la sua stanza fu illuminata da una luce misteriosa, che circondava una bellissima Signora la quale, sorridendole, le disse: "E' sufficiente che impari i colori di tre lettere che io t'insegnerò: una bianca, l'altra nera e la terza rossa". Spaventata chiese alla bella Signora:"Ma chi siete voi che ora mi parlate?" Ed Ella rispose:"Io sono la Madre di Dio." Poi continuò: "Le tre lettere che io ti ho detto di dover imparare hanno significati diversi: “La lettera bianca indica la purezza del cuore. Lo dovrai conservare scevro da ogni disordinato affetto. La lettera nera significa che non devi mai scandalizzarti per l'operato del tuo prossimo. Quando il male è troppo manifesto dovrai tacere e pensare che senza l'aiuto di Dio, potresti far peggio degli altri. La lettera rossa indica la passione di mio Figlio, sulla quale mediterai ogni giorno. Queste lettere ti basteranno per salvarti. Delle altre cose non ti curare molto." Il messaggio era chiaro, ma il silenzio di suor Michelina persisteva. Era ritornata la terza primavera. Nina sembrava estranea alla bellezza della natura. Ma una mattina del 1466, Nina si sentì particolarmente serena: suor Michelina le aveva comunicato di potersi recare a santa Marta. L'accolse ammettendola nel monastero come suora questuante. Aveva 21 anni quando indossò il saio agostiniano e le venne imposto prodigiosamente il nome di suor Veronica ... della passione e morte di Cristo, per il quale versò tante lagrime, divenendo "la più splendida gemma e la gloria più fulgida dell'Ordine di sant'Agostino." Sebbene illetterata, ebbe doni mistici straordinari e dettò un trattatello spirituale, oggi perduto: fu ambasciatrice di celesti messaggi ad umili e grandi in varie città, come a Roma, dove andò nel 1494 per ammonire papa Alessandro VI, che ne rimase profondamente colpito. Morì a Milano nel 1497. Papa Leone X approvò il culto di Veronica nel monastero di S. Marta nel 1517, mentre la sua festa si celebra il 13 gennaio.
16 gennaio Commemorazione dei genitori, fratelli, sorelle e familiari della Famiglia Agostiniana
18 gennaio
Beata CRISTINA DA L'AQUILA
(Lucoli, L'Aquila 1480 - L'Aquila 1543)
Al secolo Mattia Ciccarelli, nacque da Domenico e Maria di Pericolo a Colle di Lucoli (L'Aquila), il 24 febbraio 1480, ultima di sei figli. Sin dalla più tenera età fu adorna delle virtù dell'obbedienza, dell'umiltà e della modestia, congiunte con l'amore per la preghiera che praticava per buona parte del giorno ritirata nell'angolo più riposto della sua casa e devotamente raccolta davanti a un'immagine della Madonna della Pietà. Alle preghiere univa costantemente mortificazioni e rigorosi digiuni, macerando così il suo corpo per cancellarne la bellezza, al fine di impedire di essere ammirata. A undici anni conobbe il beato Vincenzo da L'Aquila, che divenne il suo direttore spirituale e a cui ben presto confidò il suo intimo desiderio di consacrarsi interamente al Signore, abbracciando la vita religiosa. Nel giugno 1505 entrò, infatti, nel monastero di S. Lucia delle Agostiniane osservanti in L'Aquila, dove prese il velo assumendo il nome di Cristina. La grande pietà, la sottomissione più completa e l'assoluta umiltà di cui dava quotidianamente luminose prove, le meritarono in breve la venerazione di tutte le consorelle le quali, dopo non molti anni, la scelsero come loro badessa, carica cui fu eletta più volte, suo malgrado. Divenuta celebre per la sua santità, per le visioni avute e per i miracoli operati, Cristina era visitata continuamente da una gran folla di persone, dalle più modeste alle più cospicue. Tra le varie estasi di cui il Signore volle degnarla, due restano veramente mirabili: quella avuta in una ricorrenza della festa del Corpus Domini, allorché fu trovata sollevata da terra per più di cinque palmi, mentre sul petto le risplendeva l'Ostia santa rinchiusa in una pisside d'oro (per questo la beata viene comunemente così raffigurata); e quella avuta in un venerdì santo e prolungatasi fino al giorno successivo, durante la quale provò, a suo dire, gran parte dei dolori della passione di nostro Signore. Cagionevole di salute e afflitta da più mali, Cristina morì il 18 gennaio 1543. Soppresso il monastero agostiniano di S. Lucia il 12 ottobre 1908, le spoglie mortali della beata furono trasferite nel monastero agostiniano di S. Amico a L'Aquila. Il culto, che già subito dopo la sua morte cominciò ad esserle prestato, fu solennemente confermato da Gregorio XVI nel 1841.
23 gennaio
Beata GIUSEPPA MARIA DA BENIGAMIN
(Benigamin, Valencia 1625 - 1696)
Questa vergine agostiniana nacque in Beniganim (Valencia) il 9 gennaio del 1625, da una famiglia di modeste condizioni. Ancora in tenera età, rimase orfana di padre. Dopo aver superato varie disgrazie, il 25 ottobre 1643, entrò come suora conversa nel monastero delle agostiniane del suo paese. Questo monastero in quel tempo apparteneva all'Osservanza Scalza, istituita nel 1597, nell'ambito dell'Ordine, dall'arcivescovo san Giovanni de Ribera, nella diocesi di Valencia. Semplice ed umile di cuore, per quanto dedita instancabilmente ai lavori e ai servizi della comunità, Giuseppa fu una grande anima contemplativa. Aveva una scarsa cultura e possedeva mediocri qualità intellettuali: era addirittura analfabeta, ma le sue conoscenze teologiche e il dono del consiglio che aveva ricevuto costituirono motivo di ammirazione per tutti. Le sue estasi sorprendevano quanti la conoscevano. Il 18 novembre 1663 divenne suora corista e, lasciato il nome di Giuseppa Teresa ricevuto nel battesimo, volle chiamarsi Giuseppa Maria di sant'Agnese. Comunemente però era chiamata Madre Agnese. Morì il 21 gennaio 1696 e i suoi resti oggi si conservano nel monastero delle agostiniane di Beniganim. Fu beatificata da Leone XIII il 26 febbraio 1888. La sua memoria liturgica ricorre il 22 gennaio.
29 gennaio
Beato ANTONIO da AMANDOLA
(Amandola 1355 - 1450)
Il beato Antonio nasce in Amandola, piccolo centro ai piedi dei monti Sibillini, il 17 gennaio 1355 da Simpliciano Migliorati, un contadino nella zona montana, alle pendici del Castel Manardo, presso l'abbazia benedettina dei Ss. Vincenzo e Anastasio. La sua famiglia semplice e povera è ricca però di fede e di onestà; la prima istruzione gli fu impartita dai monaci benedettini che, nei presi della casa natale, avevano l'Abbazia dei santi Vincenzo e Anastasio. La religiosità dei genitori e l'educazione benedettina fecero da sfondo ideale alla sua vocazione e la presenza in Amandola di un eremo agostiniano lo indusse a farsi agostiniano. Sui 20 anni affrontò il normale corso di formazione: noviziato, professorio e finalmente è ordinato sacerdote. Si mostrò subito un uomo di grande maturità spirituale, tutto preso dal sacro ministero e zelante apostolo del Signore, fedele all'osservanza religiosa, molto dedito alla preghiera, alle vegli, alla penitenza raggiungendo così quella libertà interiore che lo conduceva a dare il primato assoluto all'amore di Dio e al servizio della Chiesa sull'esempio di S. Nicola da Tolentino. La fama di santità di Nicola da Tolentino lo attrasse ad entrare tra gli Agostiniani di Amandola. La santità di questo frate si costruì nel continuo dono di se stesso a Dio e ai fratelli; nella preghiera attingeva luce e forza che trasmetteva nel suo ministero: la S. Messa, la predicazione, il confessionale, la direzione spirituale, l'incontro umano erano tutte occasioni preziose di estendere agli altri la sua esperienza di Dio. I tempi erano difficili, bisognava rimboccarsi le maniche, andare alla questua, assistere i poveri, visitare le famiglie, affrontare il malcostume e ogni forma di violenza. Se nel 1464 il comune gli riconobbe il titolo di difensore del popolo è perché egli invitava alla pacificazione e anche dopo la morte si prodigava a vantaggio di tutti dall'ambito spirituale a quello materiale. Con sapore di leggenda raccontano come egli ad Amandola arrestasse l'orda dei soldatacci che dalla strada del Tenna correvano all'assalto della cittadina: presentandosi con un gesto di comando sulla porta d'ingresso all'istante ecco cavalli che s'impennano, soldati che si danno alla fuga, cavalieri gettati a terra che scampano alla calca e il popolo che dagli spalti delle mura grida al miracolo. Professati i voti e completati gli studi, fu ordinato sacerdote verso il 1380. Verso i trent'anni l'obbedienza lo porta a Tolentino a fare il sacrista presso il sepolcro di San Nicola, rimanendovi 12 anni. Da Tolentino nel 1397 passa nelle Puglie, forse come predicatore o anche come devoto del santo di Bari. Ricco di queste due esperienze nel 1400 all'età di 45 anni, il beato Antonio torna in Amandola: il suo rientro fu un avvenimento festoso per la popolazione che riaveva il concittadino tanto benemerito. Divenne subito un preciso punto di riferimento per chiunque cercasse una soluzione. Riusciva a vivere con piena intensità la vita conventuale come la partecipazione ecclesiale e sociale. Fu più volte priore del convento di S. Agostino che riedificò insieme alla chiesa e la sua popolarità gli guadagnò tanta collaborazione da parte degli amandolesi. Per tutte le grandi iniziative non mancarono preoccupazioni, problemi e sofferenze, ma tutto fu superato. Per la sua dimestichezza con Dio, i concittadini ricorrevano a lui anche per avere la stagione propizia, in particolare per ottenere la pioggia. Da qui l'appellativo di nubigero e l'iconografia lo ritrasse spesso con le nubi in mano per distribuire la pioggia secondo necessità. Il fisico robusto gli permetteva di realizzare frequenti pellegrinaggi ai santuari mariani, a quello vicino dell'Ambro e a quelli lontani di Loreto e Tolentino, che raggiunse a piedi nel 1432 all'età di 77 anni. Si spense alla bella età di 95 anni il 25 gennaio 1450. Ebbe subito il culto: dopo tre anni si dovette procedere alla esumazione del corpo prelevandolo dal sepolcro comune. Nel 1453 il suo corpo, tolto dal sepolcro comune dei frati, fu sistemato in un'arca di legno sopra un altare, intitolato a suo nome. Nel 1641 fu posto in un sarcofago di legno lavorato da Domenico Malpiedi, che nel 1897 fu sostituito da un altro di marmo, che ora si vede nel coro. Nel 1798 i soldati estrassero il copro dal sarcofago e ne fecero scempio: nel 1899 gli fu recinto il capo con una corona d'oro. A 10 anni dalla morte già il Consiglio Comunale deliberava di festeggiare la sua memoria. Il suo culto venne ufficialmente riconosciuto da Clemente XIII nel 1759 che lo ascrisse nel numero dei beati, riconoscendone il culto ab immemorabili. Vilipeso il corpo nel 1798 dalle truppe francesi, il 20 aprile 1890 papa Leone XIII concesse l'indulgenza plenaria ai visitatori del suo santuario. La memoria liturgica nel calendario agostiniano ricorre il 29 gennaio. Amandola è legatissima al suo beato e lo festeggia con solenne novena dalla data della sua nascita a quella della sua morte: 17- 25 gennaio.
3 febbraio
Beato STEFANO BELLESINI
(1774 - 1840)
Nasce a Trento, in una famiglia benestante. A 18 anni veste l'abito agostiniano nel convento di S. Marco. Passa poi a Bologna per il noviziato, in seguito a Roma e di nuovo a Bologna per lo studio della filosofia e della teologia. Costretto dalle truppe napoleoniche ad abbandonare lo Stato pontificio ritorna a Trento, dove viene ordinato sacerdote. E' l'anno 1797. Vive nel convento di S. Marco fino al 1809, anno della sua soppressione. Rientrato in famiglia si dedica all'assistenza dei ragazzi, aprendo nella propria casa una scuola gratuita. Continua questa attività al ritorno del governo austriaco, acquistandosi in breve tempo la stima e la fiducia della gente e della stessa autorità civile che lo nomina ispettore generale delle scuole del Trentino. Se all'inizio i suoi alunni non arrivavano al centinaio, ora sono migliaia. P. Stefano desidera però rimanere fedele alla sua professione religiosa. Vista l'impossibilità di realizzare questo desiderio nella sua città, poiché il governo non permette di riaprire il convento di S. Marco, nel 1817 abbandona la carriera scolastica e, di nascosto, si rifugia a Bologna, nello Stato Pontificio, dove nel frattempo era stata ristabilita la vita religiosa. All'autorità civile di Trento, che pressantemente lo invita a ritornare, risponde risoluto che il legame che lo tiene unito a Dio attraverso i voti religiosi e "all'amatissima mia Madre, che è la Religione da me professata solennemente" è di gran lunga più vincolante di qualunque altro. Chiamato dal Generale dell'Ordine a Roma, per alcuni anni svolge il compito di maestro dei novizi. Nel 1826 viene mandato a Genazzano, nel santuario della Madonna del Buon Consiglio. Qui dedica gli ultimi anni della vita al ministero parrocchiale, attendendo con sollecitudine ai poveri e ai fanciulli, suo ormai vecchio ma ancora grande amore. Il culto della Madonna del Buon Consiglio risale al 1467, quando, in maniera, straordinaria venne rinvenuto l'affresco raffigurante la Vergine, che era stranamente ricoperto di calce La devozione si diffuse rapidamente a Genazzano ben presto divenne meta di pellegrinaggi. In questo famoso santuario venne trasferito nel 1826 fra Stefano Bellesini, fondatore della scuola primaria gratuita a Trento, proveniente da Città del Pieve, dove aveva svolto l'impegnativo e delicato compito di maestro dei novizi agostiniani. ai quali aveva insegnato soprattutto ad obbedire "libenter, simpliciter, velociter et indesinenter". Nominato parroco nel 1831, accettò il nuovo incarico con entusiasmo dedicandosi serenamente al servizio dei suoi parrocchiani; servizio che divenne assistenza umana e spirituale quando nel 1839 l'intero paese fu colpito dalla peste, che non risparmiò neppure l'umile ed intraprendente figlio di Sant'Agostino. Solo chi ha letto la descrizione della peste di Firenze del Boccaccio o di Milano del Manzoni, può farsi un'idea degli orrori che cagiona questo inumano flagello. Tra tanta desolazione si aggirava il frate agostiniano con il suo saio nero proprio come il Cappuccino manzoniano . Si aggirava per le strade di un paese agonizzante, senza mai fermarsi. senza alcun timore di essere contagiato. nonostante fosse affranto dalle fatiche ed afflitto dalla vecchiaia. Con il cuore traboccante di carità tipicamente agostiniana, di giorno e di notte percorreva le vie strette e scoscese di Genazzano; entrava nelle case dei più abbandonati, saliva per le scale dirupate con la celerità di un giovane e l'eroismo di un martire. Si soffermava al capezzale degli ammalati confortando, incoraggiando, asciugando lacrime e sudori, pulendo e riscaldando letti, dando bevande e medicinali, amministrando i sacramenti. Ovunque portava il proverbiale saluto agostiniano "pace e gioia". Ma dove trovava tanta forza morale e fisica ? Nel carisma agostiniano. La regola di S. Agostino, infatti, è fondata sull'umiltà e si sviluppa nella carità. Infine contagiato nel corpo, ma rafforzato nella fede, trascorse gli ultimi suoi giorni pregando con i salmi penitenziali o di Davide. come il suo Santo Padre Agostino. A 66 anni, dopo una vita vissuta per gli altri prima come educatore della mente e del cuore nella scuola gratuita. poi come maestro dei novizi agostiniani ed, infine, come soccorritore del corpo e dello spirito durante la peste alle ore 22 di domenica 21 febbraio del 1840 mori a Genazzano, deve riposa ancora. Nel 1904, la sua eroica esistenza fu riconosciuta pubblicamente ed ufficialmente da Papa Pio X che lo proclamò Beato, prima del più noto curato d'Ars francese. L'apostolo della carità fu il primo parroco elevato agli onori dell'Altare ed il primo beato della terra di Trento, dove era nato il 25 novembre del 1774. Tra la folla che assistette alla cerimonia "c'erano moltissimi suoi scolari, ormai vecchi signori la cui vita era trascorsa serena grazie alloro buon maestro. E i genazzanesi erano quelli stessi che, da ragazzi, gli tiravano la tonaca o gli facevano lo sgambetto".
7 febbraio
Beato ANSELMO POLANCO
(1881 - 1939)
Nacque a Buenavista de Valdavia (Palencia - Spagna) in una famiglia di modesti agricoltori. A 15 anni entrò nel convento di Valladolid, dove emise i primi voti nel 1897, poi passò a quello di La Vid (Burgos) dove completò gli studi e celebrò la prima messa nel 1904. Professore e addetto alla formazione nelle stesse case in cui era stato formato, nel 1922 fu nominato priore di Valladolid e nel 1932 provinciale. In quest'ultima veste fece con sollecitudine la visita di rinnovamento ai suoi religiosi nelle Filippine, Cina, Stati Uniti, Colombia e Perù. Si distinse per il suo amore alla concordia senza tradire la disciplina. Nel 1935 venne nominato vescovo di Teruel. Sono venuto a dare la vita per le mie pecore, disse nel fare il suo ingresso in diocesi. Di lì a poco scoppiava la guerra civile e Teruel divenne uno dei punti dove la lotta fu più dura. La città, situata sulla linea di fuoco, venne assediata, ma lui decise di rimanere nella sua sede, al fianco delle mie pecore. Anche se rimanesse una sola persona in città, il vescovo avrebbe ancora il suo gregge. Il vescovo era per tutti "il Reverendo Polanco ", non solo per il fatto di essere religioso, ma anche perché per la popolazione rappresentava un autentico padre e un buon pastore. L'8 gennaio 1938, quando la città fu soggiogata dall'esercito repubblicano, il P. Polanco si consegnò vestito con l'abito agostiniano e le insegne episcopali della croce pettorale e dell'anello. Fatto prigioniero, dovette sostenere forti pressioni perché ritirasse la sua firma dalla Lettera collettiva dell'episcopato spagnolo, nella quale si denunciava davanti all'opinione pubblica internazionale la persecuzione religiosa di cui la Chiesa era fatta segno. Sapeva bene che la fermezza, in quei momenti, comportava un forte rischio di morte: accettò però il pericolo per fedeltà alla comunione ecclesiale con i suoi fratelli nell'episcopato. Insieme al suo vicario generale Filippo Ripoll, sopportò con pazienza la carcerazione nella quale fu tenuto per tredici mesi, incoraggiando i compagni di prigionia e organizzando con loro una vita spirituale intensa, con pratiche di pietà e di meditazione. Infine, il 7 febbraio 1939, insieme al suo fedele vicario, fu fucilato e poi dato alle fiamme. I loro resti mortali riposano nella cattedrale di Teruel. Furono beatificati da Giovanni Paolo II l'1 ottobre 1995.
8 febbraio
Beato ANGELO da FURCI
(1246 - 1327)
Nacque a Furci in Abruzzo nel 1246 da genitori agiati, che, essendo sterili, lo ottennero (secondo la tradizione, sulla qua le del resto riposano tutte le notizie sulla sua vita) per intercessione di san Michele Arcangelo, al cui santuario, sopra il non lontano Gargano, si erano recati in pio pellegrinaggio. Nel battesimo ebbe il nome di Angelo, che conservò poi anche in religione. Educato esemplarmente dai genitori, fu in seguito affidato a uno zio materno, abate benedettino di Cornaclano, presso Furci, con cui fece rapidi progressi sia nella scienza che nella santità. Morto lo zio, Angelo tornò a Furci. Defunto poco dopo anche il padre, si recò a Vasto, dove entrò, nel 1266, fra gli Agostiniani, presso i quali compì gli studi regolamentari e ascese al sacerdozio. Intorno ai venticinque anni fu mandato a studiare alla Sorbona di Parigi, dove si sarebbe trattenuto cinque anni. Tornato in Italia, insegnò in vari conventi, finché fu destinato allo studio agostiniano di Napoli, da dove non si mosse più fino alla morte. Si distinse come teologo e oratore: anzi, gli storici gli attribuiscono un commento su s. Matteo e una raccolta di sermoni, che oggi non sappiamo dove si conservino. Nel 1287 fu eletto superiore della provincia napoletana. Più tardi rinunziò ai vescovati di Acerra e Melfi. Morì a Napoli nel convento di S. Agostino alla Zecca il 6 febbraio 1327, e qui ebbe sepoltura. Il popolo, che già lo venerava da vivo come un santo, incominciò a raccomandarsi a lui, ottenendo favori e grazie. In seguito venne aggregato tra i santi compatroni di Napoli e festeggiato il 6 febbraio e il 13 settembre. Grande è la devozione verso di lui anche a Furci, dove nell'agosto 1808 fu traslato il suo sacro corpo. Il 20 dicembre 1888 Leone XIII ne approvò il culto ab immemorabili.
13 febbraio
Beata CRISTINA DA SPOLETO
1432 - 1458
di Ferdinando Rojo O.S.A.
L'inizio della vita di questa singolare figura di donna può benissimo collocarsi nel momento in cui ella, intorno al 1450 o qualche anno più tardi, decise di cambiare vita e, abbandonando la famiglia e i luoghi nei quali aveva vissuto, vestì l'abito delle agostiniane secolari. Di lei si sapeva solo che era giovanissima, bella, che diceva di chiamarsi Cristina e che desiderava ardentemente mettersi alla sequela di Cristo. Da quel momento la sua esistenza fu un pellegrinaggio permanente alla ricerca di un luogo ove vivere nell'oblio. Dimorò presso alcuni monasteri agostiniani non rimanendo mai a lungo in nessuno.La vita di preghiera, le mortificazioni, ma soprattutto le opere di misericordia verso i bisognosi la costringevano ad allontanarsi ogni qual volta si accorgeva che era oggetto di attenzione. Desiderosa di poter visitare i luoghi santi di Assisi e di Roma per potersi poi spingere fino alla Terrasanta, in compagnia di un'altra terziaria, giunse a Spoleto dove soggiornò per un breve periodo dedicandosi alla cura dei malati nell'ospedale cittadino. Dopo aver vissuto intensamente la sua nuova vita per alcuni anni, forse ancora ventenne, morì nel 1458. Su queste notizie c'è accordo tra gli agiografi. Non così per il tempo precedente alla sua eroica decisione di fuggire dal mondo restando nel mondo, motivo per cui è conosciuta sotto varie denominazioni. Alcuni la ritengono appartenente alla famiglia dei Visconti di Milano o a quella dei Semenzi di Calvisano in Brescia. Per loro la fuga sarebbe stata motivata dal desiderio di liberarsi di quanti la volevano maritare contro i propri desideri e ideali. Altri la presentano col nome di Agostina, nata nei pressi del lago di Lugano verso il 1432-35, figlia del medico Giovanni Camozzi e sposata ancora fanciulla con un artigiano del luogo. Rimasta presto vedova, avrebbe avuto una relazione con un cavaliere milanese dalla quale nacque un figlio morto bambino. Risposata si vide uccidere il marito da un soldato invaghitosi di lei. Visconti, Semenzi o Camozzi. Modello di vita intemerata o di convertita? La risposta Cristina la portò con sé nella tomba. Il suo corpo venne sepolto a spese del comune di Spoleto nella chiesa agostiniana di S. Niccolò. Numerose grazie e miracoli attribuiti alla sua intercessione, contribuirono ad accrescere e diffondere il culto sorto immediatamente dopo la sua morte, che Gregorio XVI ratificò nel 1834, proclamandola beata.
15 febbraio
Beata GIULIA DELLA RENA DA CERTALDO
... - 1370
di Tilde Giorgi
Giulia, che una tarda tradizione ascrive tra i discendenti dei nobili Della Rena esuli a Certaldo dopo la distruzione del castello di Semifonte da parte dei Fiorentini nel 1202, nacque intorno al 1320. La sua famiglia, di nobile origine, era tuttavia decaduta. Rimasta orfana in giovane età, entra al servizio dei Tinolfi nella vicina Firenze dove, venuta a contatto con gli agostiniani di Santo Spirito e la loro spiritualità, veste, non ancora ventenne, l'abito delle agostiniane secolari. Altre fonti la vorrebbero invece vallombrosana, ma la presenza dipinti che la raffigurano con vesti agostiniane sembra giustificare la versione storicamente più accreditata. Sentendosi portata ad una scelta di vita più radicale ed austera, nel pieno fiore della sua esistenza, decide di abbandonare la città e di rifugiarsi in un luogo solitario. Torna quindi a Certaldo prendendo alloggio in una stanzetta, ancora visibile, presso la chiesa agostiniana dei SS. Michele e Giacomo. Qui fu completamente murata salvo per due finestrelle: una corrispondente alla chiesa per assistere alle sacre funzioni e ricevere i Sacramenti, l'altra sull'esterno per ricevere l'alimento che la pietà popolare le avrebbe fatto pervenire e che la reclusa contraccambiava, prodigiosamente, con mazzetti di profumatissimi fiori freschi in qualsiasi stagione dell'anno. Fece collocare su una parete un crocefisso, e poi, con solennità, all'esterno un muratore murò l'ingresso. Non lascerà più il suo piccolo "romitorio" fino alla fine dei suoi giorni terreni. Come le recluse, vivrà segregata dal mondo per un periodo di circa trent'anni, percorrendo fino in fondo la lunga via dell'ascesi e della mistica. Penitenza e preghiera saranno le sue occupazioni quotidiane. A tenerla in vita pensavano i contadini di Certaldo e dei dintorni. Racconta la tradizione popolare che anche i fanciulli siano corsi in suo aiuto numerosi, portandole qualche cosa da mangiare. Nulla di più si sa di lei, se non la venerazione dei suoi concittadini per la vita di pietà vissuta sotto i loro occhi. Morì una trentina d'anni più tardi, forse il 9 gennaio 1367 e comunque prima del 1372, poiché già al 1372 risale la dedicazione di un altare nella stessa chiesa presso la quale aveva vissuto e dove era stato tumulato il suo corpo. Il suo culto si sviluppa subito dopo il suo trapasso a Certaldo e in tutta la Valdelsa. Fin dal 1506, il comune certaldese contribuiva per la festa in onore della beata, alla cui protezione fu attribuita più volte la liberazione da contagi e dalla peste. Il suo culto ab immemorabili venne confermato da Pio VII nel 1819, cinquecentenario della sua nascita. A patrocinare l'approvazione ecclesiastica della sua memoria era stato l'agostiniano Bartolomeo Giuseppe Menochio, confessore del Papa e prefetto del Sacrario Pontificio, che si interessava dei casi di antica devozione popolare. I resti mortali della beata Giulia si venerano a Certaldo alta: la sua tomba si trova vicino a quella di un suo grande concittadino e contemporaneo, quel Giovanni Boccaccio, che fu uno dei padri della letteratura italiana.
16 febbraio
Beato SIMONE FIDATI
(1280 - 1348)
Nacque a Cascia nel 1280 circa dalla famiglia Fidati. Fu discepolo dell'agostiniano Angelo Clareno: si fece a sua volta agostiniano diventando predicatore zelante e fondatore di vari conventi. Scrisse De gentis Domini Salvatoris e Dell'Ordine della vita cristiana e altre opere minori, fra cui varie lettere, traduzioni di opere devote, attribuite da alcuni al Cavalca. Talune sue espressioni teologiche lo fecero ritenere a torto un precursore di Lutero. L'opera principale del Fidati "Le azioni del Signore nostro Salvatore" rivoluzionò dal canto suo l'insegnamento nel mondo teologico universitario contemporaneo, costituendo un nuovo approccio con il Vangelo sia per lo studio della teologia medievale che era ancorata alle categorie di Aristotele, sia per la devozione all'umanità di Cristo della gente semplice. Il metodo usato dal Fidati, nell'esporre i miracoli narrati nei Vangeli, mirò infatti a far decollare la vita terrena di Gesù sia a chiave ermeneutica per far teologia sia a vivere la devozione all'umanità di Cristo come impegno per tutti. La Repubblica di Cascia si giovava al tempo del Fidati della presenza del convento di sant'Agostino (in fase finale di restaurazione), sede di un eccellente studio teologico nel quale il beato Simone studiò e si formò. Tale Convento privilegiava come metodo base per l'insegnamento teologico lo studio della Sacra Scrittura, giovandosi anche dell'apporto di dotti predicatori itineranti, soprattutto francescani, che approdavano nella Repubblica di Cascia richiamando la gente ai valori della vita semplice e all'amore del Cristo sofferente. Tra essi va ricordato il francescano Angelo Clareno che orientò definitivamente la scelta di vita spirituale agostiniana del giovane Simone Fidati. L'opera principale del Fidati, il De gestis Domini Salvatoris, é ora disponibile in edizione critica in sette volumi, curata dall'agostiniano K.W. Eckermann, Direttore dell' Augustinus-Institut di Würzburg. Un recente Convegno sul Fidati ha proposto che il «Centro internazionale di Studi Ritiani" con sede in Cascia possa arricchirsi, accogliendo anche Simone Fidati, di un nuovo centro, il «Centro internazionale di Studi Ritiani e di Simone Fidati". Il suo culto venne approvato nel 1883 e la sua festa si celebra il 16 febbraio.
12 marzo
Beato GEROLAMO da RECANATI
... - 1350
Nacque a Recanati ai primi del 1300 e ivi si è formato alla vita religiosa presso gli Agostiniani che gestivano con rinomanza un collegio studio generalizio e officiavano la splendida chiesa di S. Agostino, dall'ampio respiro architettonico e riccamente affrescata. Splendida naturalmente prima che subisse il goffo rifacimento seicentesco. Disgraziatamente un violento incendio, di quelli così frequenti ai tempi dello studio al lume di candela, distrusse completamente la ricca biblioteca e l'archivio conventuale, togliendoci la fonte delle notizie locali che ci avrebbero consentito di conoscere più profondamente questo illustre recanatese. Sappiamo che gli studi ben compiuti e la santità di vita che conduceva ne fecero un sacerdote impegnato e ricercato per la predicazione dalle città limitrofe. Colpiva il suo accento infuocato per la pace, alla quale richiamava le fazioni in lotta fratricida, e anche la diplomazia con cui riusciva a comporre le liti e a riappacificare le parti opposte. Gliene derivò l'appellativo di paciere che tuttora conserva presso i suoi concittadini. Da ciò ebbe origine una simpatica pia Associazione di fedeli che si impegnavano sul suo stile a ricomporre l'accordo e la pace tra famiglie dissidenti e a togliere discordie cittadine. Morì il 12 marzo, giorno in cui tuttora si commemora, dell'anno 1350 ed ebbe venerazione di santo. Le graziose leggende (il mantello che lo guada sul fiume Tronto, i fiori che offre al Priore dal catafalco come ultimo segno di venerazione e obbedienza) sono le poche notizie personali fiorite e tramandate sulle sue virtù. Pio VII nel 1804 ne confermò il culto. Le sue reliquie si conservano nell'urna posta sotto l'altare maggiore della chiesa di S. Agostino a Recanati.
22 marzo
BEATO UGOLINO ZEFIRINI
(... - 1367 ca.)
Questo sacerdote agostiniano, nacque a Cortona verso il 1320. Ancora adolescente, a causa di discordie cittadine, fu costretto all'esilio nella città di Mantova dove, nel 1336, entrò tra gli agostiniani del convento di sant'Agnese. Ritornato in patria nell'anno 1354, Ugolino si consacra a Dio nel nuovo Ordine agostiniano, che riprendeva la spiritualità di sant'Agostino. Riceve una formazione specifica intensa nella santità di vita, nell'amore per lo studio, in modo particolare della Sacra Scrittura, nell'impegno nell'evangelizzazione e della formazione spirituale e culturale, nella ricerca di solitudine, ascesi, preghiera e penitenza. Dopo un impegno duraturo nell'apostolato, Ugolino concluse la sua vita nella solitudine di un eremo. La morte lo colse verso il 1367. La fama di santità che lo accompagnava fu oggetto di culto popolare che venne confermato da papa Pio VII nel 1804. Le sue spoglie mortali si venerano nella chiesa di sant'Agostino in Cortona. La sua memoria liturgica ricorre il 22 marzo.
18 aprile
Beato ANDREA DA MONTEREALE
(1397 - 1479)
Nato a Mascioni (L'Aquila) da una modesta famiglia intorno alla fine del Trecento, forse nel 1397. A quattordici anni entrò nel vicino monastero degli agostiniani di Montereale. Nel 1431 appare come studente di teologia a Rimini, e negli anni successivi a Padova e Ferrara, ottenendo i gradi scolastici di lettore e baccelliere. Nel 1438 fu inviato in studio et universitate Senensi per spiegare i libri delle Sentenze, e in seguito gli fu concesso il titolo di maestro in sacra teologia. Nel 1453 fu eletto provinciale dell'Umbria, carica conferitagli ancora nel 1471. Unitamente ai suoi impegni di governo e d'insegnamento dovette svolgere altri delicati compiti, giacché per la sua comprovata rettitudine in più occasioni il P. Generale dell'Ordine lo nominò suo vicario per ristabilire l'osservanza nei conventi di Norcia, di Amatrice e di Cerreto di Spoleto. L'esercizio di questo incarico di riformatore gli cagionò non poche sofferenze e incomprensioni. Essendo priore e reggente dello studio di Siena rinunziò ai due uffici probabilmente a causa delle accuse che alcuni religiosi inviarono a Roma contro di lui. Ignoriamo il risultato della verifica che seguì, ma ci è pervenuto il giudizio del P. Generale Massari da Cori, preside nel 1463 dello Studio di Perugia, il quale scrisse che Andrea "sopportando le ingiustizie e mostrando sempre pazienza maximum ostendit exemplum sanctitatis". I fatti posteriori confermano questo elogio giacché, come già detto, nel 1471 fu eletto di nuovo provinciale e mantenne la stima e la fiducia dei superiori maggiori dell'Ordine, che continuarono a servirsi di lui per promuovere la regolare osservanza. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nel convento di Montereale, dove mori nell' aprile del 1479. E Il, nella chiesa che fu dell'Ordine, si venerano le sue spoglia mortali. Tra le festività locali legate alla sua memoria spicca tuttora quella celebrata il 13 di settembre, giorno in cui nel 1691 elevò la destra dalla tomba a protezione del paese dal terremoto. Il suo culto fu approvato da Clemente XIII l'11 maggio 1764.
20 aprile
BEATO SIMONE DA TODI, sacerdote
Nacque a Todi verso la fine del secolo XIII. Si dedicò particolarmente allo studio della teologia ed esercitò .con frutto l'apostolato della predicazione. Fu Priore Provinciale della Provincia Umbra. Nel capitolo generale di Rimini del 1318 fu accusato ingiustamente ma sopportò tutto con grande rassegnazione e umiltà. Morì a Bologna nel convento di San Giacomo Maggiore il 20 aprile 1322. Le sue reliquie si venerano nella chiesa di San Giacomo Maggiore in Bologna. Gregorio XVI ne approvò il culto nel 1833.
23 aprile
Beata ELENA VALENTINI DA UDINE
1396/97 - 1458
di Niccolò del Re
Nata nel 1396 (o 1397) a Udine nella famiglia dei signori di Maniago, andò sposa verso il 1414 al nobile Antonio Cavalcanti, al quale diede sei figli. Rimasta vedova nel 1441, decise di ritirarsi dal mondo e, sotto l'influenza della vibrante parola dell'agostiniano Angelo da S. Severino, si fece terziaria agostiniana. Anche dopo aver emesso la professione, continuò a vivere nella casa lasciatale dal marito, dove rimase sino al 1446, allorché si andò a stabilire dalla sorella Perfetta, fattasi anch'essa poco prima terziaria agostiniana. Nei quasi diciotto anni da lei trascorsi in religione, condusse sempre una vita di penitenza e di rigorosa mortificazione, nutrendosi infatti per lo più di solo pane e acqua, dormendo sopra un duro giaciglio di sassi, ricoperti appena da un sottile strato di paglia, flagellandosi continuamente a sangue per tutto il corpo, e camminando persino portando nelle scarpe trentatré sassolini "per amore de' balli e danze che in lo secolo faceva offendendo el mio Signore, e per amore che il mio dolze Iesu trentatré anni per mio amore per lo mondo caminò". In tutte le diverse forme di penitenza a cui volle sottoporsi, ella fu sempre ispirata dal duplice motivo della imitazione di Cristo e dell'antitesi alla sua precedente esistenza mondana, pur se talvolta non mancarono profonde crisi di sconforto e di stanchezza, a cui seppe reagire con grande forza d'animo, chiusa nella piccola cella che si era fatta costruire nella sua stessa casa e da cui usciva soltanto per recarsi a pregare e a meditare nella sua diletta chiesa di S. Lucia. A supremo conforto nella sua vita di completa rinuncia e di lotta, ebbe estasi e celesti visioni, gratificata inoltre da Dio del dono dei miracoli e della conoscenza di cose occulte. A causa della frattura di entrambi i femori trascorse gli ultimi suoi anni sempre stesa nel suo povero e duro giaciglio in serena e paziente attesa della morte, che giunse il 23 aprile 1458. Dopo diversi trasferimenti, le spoglie mortali della beata trovarono infine nel 1845 la loro degna sede nel Duomo, dove sono tuttora esposte alla venerazione pubblica. Il culto della beata fu confermato nel 1848 da Pio IX.
26 aprile
MADONNA DEL BUON CONSIGLIO
di Agostino Trapé O.S.A.
Scheda storica
Dei titoli con i quali l'Ordine Agostiniano onora Maria quello del Buon Consiglio è quello che ha avuto più successo e maggior diffusione tra il popolo. L'origine di questo titolo è dato dal Santuario agostiniano di Genazzano (Roma) ove dal 1467 è molto venerato un pregevole affresco raffigurante la Madonna teneramente stretta al collo dal Figlio Gesù. Gli inizi si riferiscono a un fatto in qualche modo prodigioso: una devotissima immagine della Madonna che si impone all'attenzione di tutti. Abbiamo la testimonianza del P. Ambrogio da Cori, provinciale agostiniano di Roma e poi Priore Generale, il quale ci dice che il 25 aprile 1467 all'ora del Vespro "quaedam imago Beatae Virginis in pariete dictae ecclesiae miraculose apparuit". Da questo testo si formò una suggestiva tradizione che si sviluppa anche su elementi storici. Gli Agostiniani erano a Genazzano fin dal 1278 in un eremo esterno all'abitato, fuori di Porta Romana; nel 1356 furono chiamati dai Principi Colonna entro il paese per condurre una parrocchia che aveva sede nella chiesetta detta di S. Maria del Buon Consiglio. Passato un secolo la chiesa era ormai fatiscente e si rendeva necessaria una radicale ricostruzione. Chi si fece carico di questa opera adoperandosi anche per reperire i necessari fondi presso il popolo fu la Beata Petruccia, terziaria agostiniana, la quale, giunta all'esaurimento dei fondi di cui disponeva, continuava ad avere e a infondere agli altri viva fiducia, sicura che la Beata Vergine e S. Agostino sarebbero intervenuti per portare a termine la costruzione. Le preghiere furono esaudite e l'attesa fu premiata. Ed ecco che la sera del 25 aprile 1467, festa di S. Marco, all'ora del Vespro avveniva qualcosa che colse tutti di sorpresa e che fu subito interpretato come fatto prodigioso. La tradizione poi, fiorita su un dato di fatto sicuro ma non meglio precisato, si esprime raccontando che il dipinto di Genazzano proviene da Scutari in Albania al tempo dell'invasione dei Turchi e che, portato dagli angeli fino al Santuario, vi giunse la sera del 25 aprile accompagnato da due devoti che, sempre guardando in alto verso l'immagine sacra, senza accorgersi dell'ampio spazio di mare e di terra percorso, giunsero nella cittadina laziale stabilendovisi e dando origine a due famiglie che vi trasmisero l'onore di questo singolare privilegio. Anche questa tradizione va letta nel suo preciso contesto sociale e culturale, ma certamente giustifica il fatto che Genazzano si è andata affermando sempre più come uno dei maggiori centri del culto mariano: ne sono prova l'ininterrotta serie di pellegrini che vi giungono da ogni parte, le visite fatte dagli stessi Pontefici e l'esistenza di una Associazione e Pia Unione, che accoglie i tanti devoti della Madonna del Buon Consiglio.
Scheda iconografica
Dal punto di vista iconografico l'immagine base è quella di Genazzano, un pregevole affresco definito da alcuni esperti "opera di pura arte romana del sec. XIII" e da altri "opera tardo-gotica-bizantina con influssi della scuola veneta". Indubbiamente una raffigurazione con un profondo ed evidente senso religioso e sacro, espresso tanto nel vigore del volto del Bambino quanto nella dolcezza dei lineamenti della Madre. L'immagine si sviluppa su un tema: l'intenso abbraccio del Figlio alla Madre, ove appare con chiarezza che la fonte di energia è nel Dio incarnato, dal quale la Madre attinge forza e luce. Sono questi gli elementi che anche nella impostazione iconografica rispettano le linee del più corretto rapporto tra cristologia e mariologia. L'iconografia di questo titolo ha avuto lungo i secoli una diffusione enorme, tanto da poter essere ritenuta l'immagine più diffusa a livello popolare con due caratteristiche: la sostanziale fedeltà all'immagine fondamentale e una infinita varietà negli elementi secondari. Comunque sempre e ovunque una immagine della Madonna del Buon Consiglio è da tutti immediatamente riconoscibile per i tratti fondamentali e costanti. Altra caratteristica è che normalmente le raffigurazioni pittoriche sono di piccole dimensioni, rispettando anche in questo l'immagine originale di Genazzano. La devozione popolare ha dato diffusione a una estesa quantità di immaginette e santini. Questi in realtà nel loro insieme esprimono una maggiore libertà di fantasia e di interpretazione, producendo disegni spesso simpatici, espressivi e molto raffinati.
Scheda liturgica
Il culto della Madre del Buon Consiglio, favorito dai Sommi Pontefici, diffuso dagli Agostiniani e sempre sostenuto dai fedeli, trova la sua espressione più elevata nella Liturgia che via via si andò formando. Nel 1727 papa Benedetto XIII concedeva al clero di Genazzano Messa e Ufficio propri fissando la data della festa il 25 aprile. A conclusione del processo condotto per verificare il fatto storico dell'apparizione, nel 1779 la Sacra Congregazione dei Riti approvò per il Santuario e il Convento di Genazzano l'Ufficio e la Messa dell'Apparizione dell'immagine del Buon Consiglio con Letture e Preghiere e altri testi propri ribadendo per la festa la data del 25 aprile e la qualifica liturgica di "rito doppio di prima classe con ottava". Nel 1781 il Priore Generale P. Francesco Saverio Vasquez chiese e ottenne che l'Officio venisse esteso a tutto l'Ordine Agostiniano con rito doppio maggiore; in tale circostanza la data della festa fu spostata al giorno successivo, come rimarrà poi in seguito e cioè il 26 aprile. Nell'edizione del 1782 del Breviario dell'Ordine appare fissata tutta la liturgia propria della festa della Madonna del Buon Consiglio. Nel 1788, su richiesta del P. Generale Stefano Bellesini, l'Officio di N.S. del Buon Consiglio è fissato a "doppio di seconda classe" per tutto l'Ordine. Nel 1884 l'Ordine Agostiniano ottiene da Leone XIII l'approvazione di un nuovo Officio con Messa in onore della Vergine del Buon Consiglio; seguirà una riforma del tutto rinnovata nel 1914 e infine quella attuale che porta la data 1976. Nel 1903 Papa Leone XIII, che più volte manifestò la sua tenera devozione alla Madonna di Genazzano, dispose che nelle Litanie Lauretane dopo l'invocazione Mater admirabilis si invocasse la Vergine con il titolo Mater Boni Consilii. Nel Messale proprio dell'Ordine edito nel 1976 sono formulati i nuovi testi liturgici che mettono in evidenza questo titolo nel suo riferimento cristologico e mariologico. Nell'attuale Rituale dell'Ordine del 1981 il titolo mariano del Buon Consiglio è ricordato tra quelli ufficiali dell'Ordine. Il Messale Mariano edito dalla CEI riporta la Messa in onore di Maria Vergine Madre del Buon Consiglio (n. 33, p. 108).
8 maggio
MADONNA DELLA GRAZIA
di Agostino Trapé O.S.A.
Scheda storica
Questo è davvero un titolo raro, forse perché teologicamente tanto raffinato quanto esatto per celebrare il dono fondamentale che Dio in Cristo fa di se stesso all'umanità che magari, come dice S. Agostino, è molto più desiderosa dei doni del Signore, che non del Signore dei doni. Comunque questo è un titolo mariano agostiniano e con ogni probabilità da ritenersi il più antico, il più originale e il più ricco di significato. Se a Maria si addicono tanti titoli, in modo tutto particolare le va riconosciuto quello di Madre di Gesù, da cui viene la salvezza, dono amoroso e gratuito del Padre, espresso appunto con la parola teologica "Grazia" che condensa gli avvenimenti dell'Incarnazione e della Redenzione. Questo titolo l'Ordine Agostiniano lo ha adottato fin dalla sua origine perché corrisponde a una sensibilità teologica rintracciabile nella Chiesa già dal sec. XIII. In passato ha certamente avuto maggior fortuna che nei tempi moderni; per gli Agostiniani offre anche familiari e gradite risonanze nella più alta teologia di S. Agostino, il quale ha trattato estesamente e con insuperata profondità il tema della Grazia che si identifica con la salvezza donataci e realizzata in Cristo morto e risorto. Maria, onorata come Madre della Grazia o della divina Grazia, offre l'opportunità di coniugare la cristologia con la mariologia. Tra gli Agostiniani la devozione a questo prestigioso titolo si è subito sviluppata trovando adeguate espressioni in alcune antifone, preghiere e inni sempre raccomandate dalle nostre Costituzioni e tuttora presenti nei nostri libri liturgici come la Benedicta tu, detta anche Vigiliae B. M. Virginis perché si recitava o cantava alla sera; l'Ave Regina coelorum, Mater regis angelorum, che ancora si canta nella prima metà del giorno, generalmente dopo l'Ora Media, o anche l'inno Maria Mater Gratiae, che si cantava al termine della nostre processioni e che ancora si usa nella nostra chiesa di S. Giacomo Maggiore a Bologna e in tutta la diocesi.
Scheda liturgica
Liturgicamente il titolo Madonna della Grazia è quello che è stato più sentito fin dalle prime generazioni dell'Ordine, trovando affermazione in alcune celebri formule tuttora a noi ben note e care. Nel 1284 il Capitolo Generale di Orvieto raccomanda la recita del Benedicta tu per onorare la Madonna della Grazia. L'espressione Tu Gratiae Mater... è contenuta nell'Ordinario del B. Clemente da Osimo (+1291) fin dal secolo XIII. Nel 1327 il Capitolo Generale dispone: "...stabiliamo che in tutto l'Ordine dopo l'inno Memento salutis auctor, si dica il versetto Maria Mater gratiae"; la stessa ingiunzione appare nel 1385 e nel 1388. Così anche veniva recitato in onore della Madonna della Grazia l'inno Ave Regina coelorurn, Mater regis angelorum, che appare già nell'Ordinario del Beato Clemente da Osimo, in quello del 1549 e nelle Costituzioni del 1551; il Capitolo Generale del 1575 ripete che tale inno, da recitarsi dopo la Messa Solenne, mai si deve omettere nelle chiese del nostro Ordine, in nessun tempo. Nel 1582 il Registro del P. A. Fivizzani, Vic. Generale, contiene l'ingiunzione di cantare detta antifona; altrettanto si trova nelle Costituzioni del 1681. Nel Capitolo Generale del 1695 di nuovo si dice di cantare l'antifona Ave Regina Coelorum come anche si legifera in tal senso nelle Costituzioni del 1850. Nel Cerimoniale del 1785, con qualche variante nel versetto e nell'orazione, rimane integra l'antifona. Nel 1806, per interessamento del Ven. G. B. Menochio, l'Ordine ottenne dalla Sede Apostolica la Messa e l'Officio di questo titolo mariano. La festa venne fissata per il 1° di giugno. Nelle Costituzioni del 1895 ancora è riportata l'indicazione di recitare o cantare ogni giorno tale antifona, che nell'appendice viene ricordata nella sua relazione con il titolo della Madonna della Grazia. Nelle Costituzioni del 1926 ritorna l'ingiunzione di onorare la Madonna della Grazia con la Benedicta tu e relativi salmi e letture, come dal Breviario dell'Ordine. Nel 1962 la revisione dei nostri libri liturgici spinse a far coincidere tale festa con quella dell'Annunciazione, spegnendo così una tradizione fortemente qualificata nel suo contenuto teologico e agostiniano. Oggi anche tra di noi si sta affermando una rinnovata sensibilità a questo titolo che, oltre ad essere celebrato dalle Litanie lauretane, è onorato nella nomenclatura di conventi, chiese e anche di qualche Provincia dell'Ordine. Nel nuovo Libro delle Messe della Beata Vergine Maria è presente la titolazione "Madre di Grazia - Mediatrice di Grazia" al n. 30 (p. 99) del Messale pubblicato dalla Conferenza Episcopale Italiana nel 1987.
Scheda iconografica
Difficile una valutazione iconografica di questo bellissimo titolo mariano perché alla ricchezza dei testi liturgici si contrappone una impressionante povertà di espressioni figurative. Recentemente lo studio di questo titolo ha spinto anche a una possibile ricognizione iconografica, ma per ora si può citare solo un grande e bel quadro seicentesco nella Collegiata di Visso (MC), opera del Pellegrini. Questo quadro celebra Maria con il titolo "Madre della Grazia", come ben evidenziato dal cartiglio posto al centro e sorretto dagli Angeli. L'opera è di sicura provenienza agostiniana, sia perché fu commissionata dal Priore del convento di S. Agostino, sia perché circondano la Vergine 4 figure agostiniane: S. Agostino, S. Nicola, S. Chiara da Montefalco e S. Rita da Cascia. Nelle immaginette popolari o santini, benché non molto frequenti, è tuttavia possibile trovare esemplari dedicati a Maria Madre della Grazia. In ogni caso gli elementi essenziali di questo tema si possono ricondurre alla persona di Maria nel gesto di mostrare il suo Bimbo per lo più in un atteggiamento che ne sottolinea la vitalità e l'espressione di comunicare la sua divina forza.
Beato Gregosio Celli
Le notizie sulla sua vita
sono del XVII secolo, circa tre secoli dopo la sua
morte, quindi risentono di tutte le incertezze dovute al
lungo tempo trascorso in silenzio.
Il beato Gregorio Celli nacque verso il 1225 a Verucchio,
oggi in provincia di Rimini, una volta era quella di
Forlì e venne battezzato nell’antica pieve di S.
Martino.
Aveva tre anni quando rimase orfano del padre e verso i
quindici anni vestì da laico cioè fratello, l’abito
degli Eremiti di S. Agostino, il cui monastero era
situato nel suo paese.
Trascorsero una decina d’anni nei quali Gregorio Celli
dimostrò tutta la sua perfezione di vita evangelica,
suscitando purtroppo l’invidia dei religiosi del
convento, che presero a rendergli la permanenza
insopportabile.
Allora si allontanò dal convento e da Verucchio e si
rifugiò in un eremo sul Monte Carnerio, nei pressi di
Fonte Colombo (Rieti), dove visse molti anni, morendo
vecchissimo nel 1343; si narra che le sue spoglie siano
prodigiosamente ritornate a Verucchio, dove sono
venerate attualmente nella Chiesa di S. Agostino. Nel secoli successivi, insigni artisti hanno arricchito
il suo altare di grandi opere d’arte in legno e oro,
come la superba tribuna di stile berniniana, che
incornicia un pregevole quadro del fiorentino Giovanni
Maria Morandi, raffigurante il beato Gregorio Celli che
prega davanti alla Croce.
Essendosi perso ogni documento autentico circa il suo
culto, compreso il decreto di beatificazione emanato nel
1357 da papa Innocenzo VI, fu istruito un processo
presso la Curia di Rimini nel 1757, per ribadire
l’autenticità del culto, che fu confermato il 6
settembre 1769 da papa Clemente XIV suo corregionale, il
quale era cresciuto in giovinezza proprio a Verucchio.
Il beato Gregorio Celli è invocato nelle grandi
calamità; il ‘Martyrologium Romanum’ lo riporta all’11
maggio, ma veniva ricordato anche il 23 ottobre.
12 maggio
Beato GUGLIELMO TIRRY
(1608 - 1654)
Nato nella città di Cork (Irlanda) nel 1608 in una famiglia di commercianti profondamente cattolica, nella quale vi fu anche uno zio vescovo con lo stesso nome, entrò nell'Ordine di Sant'Agostino e studiò a Valladolid (Spagna), a Parigi e a Bruxelles. Per obbedienza ai suoi superiori, ritornò in Irlanda alcuni anni prima che il sollevamento dell'Ulster cominciasse, nel 1641. Nel 1646 divenne socio del provinciale P. O' Driscoll e nel 1649 priore del convento di Skreen. Dopo l'arrivo di Cromwell l'esercizio di quest'ufficio gli fu impossibile. Così servì a Fethard , (Tipperary) come educatore di un figlio dei parenti ed esercitando di nascosto il ministero sacerdotale. Tradito per cinque sterline, fu catturato con indosso i paramenti sacri nella mattina del sabato santo del 1654. Nella stessa i circostanza si trovarono scritti suoi in difesa della fede cattolica. P. Tirry fu gettato nel carcere di Clonmel. Gli fu offerta la libertà in cambio della sua adesione alle dottrine protestanti ma inutilmente. Il tribunale lo accusò di tradimento in virtù della proclamazione del 6 gennaio 1653 che proibì ai sacerdoti di restare nel paese. Nella difesa rispose che negli affari temporali avrebbe riconosciuto il governo, ma in quelli spirituali doveva seguire la : sua coscienza, ubbidendo ai superiori del suo Ordine ed al Papa, e perciò doveva rimanere nel paese. Dopo qualche esitazione, il tribunale, sotto l'influsso dei militari, lo giudicò colpevole, condannandolo ad essere "appeso per il collo fino a che non sopraggiunga la morte". Tirry vestì per l'esecuzione l'abito agostiniano con il rosario. Nel cammino verso la collina presso Fethard in cui doveva essere eseguita la sentenza, con le catene ai polsi e una corda al collo, esortò la folla alla fede nella Chiesa ed alla fedeltà al Papa. Già sul patibolo, dopo aver perdonato ai tre che lo avevano tradito e dopo aver pregato per loro, chiese perdono dei suoi peccati, domandando l'assoluzione di qualche sacerdote, che per caso si trovasse. Sperava che P. O' Driscoll potesse essere presente. E infatti era lì tra la folla. Mori impiccato nel 1654, il giorno 2 del mese di maggio secondo il calendario giuliano, 12 del gregoriano seguito nella maggior parte d'Europa. Fu beatificato da Giovanni Paolo II il 27 settembre 1992 insieme ad altri 16 martiri irlandesi uccisi tra gli anni 1579 e 1654.
13 maggio
MADONNA DEL SOCCORSO
di Agostino Trapé O.S.A.
Scheda storica
Titolo caratteristico soprattutto nel riferimento iconografico affermatosi per la committenza agostiniana. Questo titolo inizia col secolo XIV a partire da ambienti agostiniani della Sicilia e si diffonde prima nell'Italia centrale e insulare, poi anche in altre zone dell'Europa e del mondo, sempre tramite la devozione popolare promossa dall'Ordine Agostiniano. Molti nostri conventi e chiese ebbero questo titolo e anche quando furono abbandonati proseguì tra i fedeli la devozione alla Madonna invocata con questo appellativo. L'origine si basa su tre fatti verificatisi a Palermo, sempre in relazione ad ambienti agostiniani. Chi ce li riferisce è lo scrittore agostiniano B. Attardi in un testo del 1741.
1. La prodigiosa guarigione di p. Nicola Bruno da Messina, priore del Convento di S. Agostino in Palermo. Il religioso nel 1306 si ammalò gravemente ed essendosi rivolto fiducioso alla Vergine Maria, la cui immagine era affrescala nella cappella di S. Martino della propria chiesa, ottenne che la Madonna gli apparisse nelle sembianze di quella immagine; concessa la guarigione, gli raccomandò di diffonderne la devozione con il titolo di "Madonna del Soccorso".
2. Il soccorso di Maria a favore di una mamma e di un bambino, minacciato dal diavolo. Una donna che viveva a Palermo, piuttosto iraconda, aveva la triste abitudine, quando si impazientiva con il proprio bambino, di imprecare; e un giorno, più sdegnata del solito, giunse addirittura ad invocare il demonio perché si prendesse quel fastidioso figlio: subito si presentò l'invocato spirito maligno con l'intento di avventarsi sull'innocente creatura. A questa vista la collerica mamma tanto si impressionò che, pentita, si mise a invocare: "Soccorso, Vergine Maria!" E prodigiosamente la Madonna intervenne presentandosi minacciosa con un bastone allo scopo di fugare il demonio, mentre il bimbo, riavutosi da tanta paura, si rivolge alla Vergine quasi a farsi scudo del suo manto per sfuggire al maligno. All'apparizione della Vergine il demonio subito disparve. La donna, recatasi alla chiesa di S. Agostino per ringraziare la Madonna, riconobbe nell'immagine venerata nella cappella di S. Martino la sua celeste soccorritrice e riconoscente si diede a celebrare i prodigi dovuti alla materna bontà di Maria.
3. Guarigione prodigiosa di una giovane inferma. L'avvenimento, sempre ambientato a Palermo, è di qualche anno più tardi, esattamente del 1315. Una giovane donna era da tempo gravemente inferma per una forma di irrimediabile paralisi, che la obbligava a rimanere fissa e dolorante nel suo letto. La sua preghiera venne accolta dalla Beata Vergine: apparsale in sonno, la destò per soccorrerla in un modo singolare, che ripropone l'ambiente agostiniano in cui si svolge il prodigioso intervento. La Vergine cinge l'inferma con la sua cintura d'argento, dicendole che non si sarebbe potuta sciogliere da quella cintura se non in quella chiesa ove avrebbe trovato un'immagine che somigliasse alle sembianze con cui le appariva al momento. Il volto cui alludeva la Vergine fu in seguito identificato con quello affrescato nella cappella di S. Martino della chiesa di S. Agostino in Palermo. Davanti a questa immagine la giovane inferma riuscì a sciogliersi la cinta guarendo istantaneamente. Questi tre episodi - ambientati nello stesso luogo, riferiti alla stessa immagine e orientati allo stesso titolo - furono alla base di quella predicazione con la quale gli Agostiniani diffusero il titolo di Madonna del Soccorso, che però nella tradizione iconografica vede decisamente privilegialo il secondo episodio. Questa serie di racconti con gli evidenti punti di confluenza permettono di tirare alcune conclusioni che danno il senso pieno di tutti gli elementi sia storici che tradizionali. Maria Vergine con il titolo di Madre del Soccorso è espressiva del senso devozionale degli Agostiniani di ambiente siciliano. Questo titolo ebbe molta fortuna essendo fatto proprio dall'Ordine Agostiniano. Qualche considerazione a parte merita il secondo episodio, in quanto determina in modo preciso e sicuro la tradizione iconografica attraverso la quale emergono elementi educativi del popolo cristiano: mai permettersi, né per scherzo né per superficialità, di nominare e tanto meno invocare il demonio; il devoto popolo cristiano sa però che dal maligno ci si può liberare e che la Madre di Gesù è il rifugio più sicuro dalle sue insidie. Infine l'esempio di frati pellegrini e predicatori come il B. Giacomo da Napoli, che nel 1500 porta a Cartoceto (PS) questa devozione e vi intitola un convento, è prova di come gli Agostiniani furono gli zelanti diffusori di questo titolo che onora Maria nella sua bontà soccorritrice nei confronti dei mali che affliggono l'umanità.
Scheda iconografica
Anche se nella tradizione del culto mariano si trovano titoli iconografici che si rifanno in vari modi al tema del "Soccorso", va subito precisato che il senso agostiniano di questo titolo ha un'unica e costante espressione iconografica, ben connotata nei suoi elementi: la Vergine Maria, una mamma, un bimbo e il diavolo. La distribuzione dei vari personaggi si pone nella logica di una tesi con intenti teologici e pedagogici ben evidenti.
- La Madonna sempre domina la scena, o scendendo dall'alto avvolta in un glorioso nimbo che ne sottolinea l'evento di apparizione, o imponente in primo piano in modo che giganteggi di fronte agli altri personaggi. L'atteggiamento è quello di brandire un bastone a minaccia del demonio, mentre l'altra mano dà senso di sicurezza e di protezione al bimbo malcapitato.
- La mamma, responsabile della presenza del demonio, è pentita e cosciente del suo errore; normalmente inginocchiata ai piedi della Vergine, a volte in atteggiamento supplice, altre con i segni evidenti di chi disperatamente invoca aiuto.
- Il bimbo, disposto per lo più in basso alla scena, il più delle volte in piedi, in atto di cercare rifugio presso la Vergine che gli dà sicurezza proteggendolo dal diavolo; qualche volta è invece piccolo, deposto nella sua culla, quasi non si renda conto dell'avvenimento in cui è coinvolto.
- Il demonio, sproporzionatamente piccolo in confronto alla Madonna, brutto e ridicolo, a volte in fuga e umiliato, altre in atteggiamento di un ultimo disperato tentativo di contendere il bimbo alla Vergine.
La scena è composta su uno sfondo più o meno sviluppato e spazioso sia che si tratti di ambienti architettonici che paesaggistici. Raramente è dato vedere l'inserimento nella scena di qualche santo agostiniano; in questo caso il preferito è S. Nicola da Tolentino. Quando il quadro è commissionato per un interesse particolare, può contenere elementi più specifici, come nell'ultimo espressivo dipinto di Fulvio Del Vecchio (1994), dove è inserito in preghiera, come per sostenere la mamma nell'attesa dell'intervento celeste, il Beato Giacomo da Napoli che fu all'origine del Santuario di Cartoceto, e naturalmente il convento che ne ripropone ancora il titolo.
Scheda liturgica
Gli elementi che permettono rilievi liturgici di questo titolo e la venerazione che ne propagò l'Ordine Agostiniano mettono in evidenza come la devozione popolare abbia avuto più risalto di quanto non ne avessero i testi della preghiera ufficiale. Il 4 febbraio 1804, per intervento del Sacrista Pontificio Ven. Giuseppe B. Menochio, viene approvato e concesso ai Religiosi della Provincia Agostiniana di Sicilia l'Ufficio proprio con Messa in onore della B.V. Maria detta "del Soccorso", con la qualifica di "rito doppio maggiore". Per lo stesso intervento, con decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 24 marzo 1804, il Papa Pio VII estendeva a tutto l'Ordine Agostiniano l'Ufficio e la Messa propria della Madonna del Soccorso. In tutti i libri liturgici dell'Ordine la venerazione a questo titolo è fissata al 13 maggio. Nell'ultima edizione del Messale e del Libro delle Ore la memoria di questa tradizione tanto radicata tra gli Agostiniani è incomprensibilmente scomparsa. Negli ultimi decenni il titolo, la storia e l'iconografia della Madonna del Soccorso, ritornata in auge per una serie di studi e ricerche, ha risuscitato la sensibilità di molti agostiniani d'Italia. Sono in corso lodevoli tentativi di riproporne la festa liturgica. Nell'ultima edizione del Rituale Agostiniano la Madonna del Soccorso è indicata tra i quattro titolo agostiniani mariani.
16 maggio
SANT'ALIPIO
... - 430
Le notizie sulla vita di Alipio sono contenute quasi totalmente nelle opere del suo grande amico, s. Agostino, con il quale divise gli errori della gioventù, la conversione e le fatiche dell'apostolato. Alipio nacque a Tagaste da genitori che erano tra i maggiorenti del paese. Piccolo di statura, ma di animo forte e di indole virtuosa, strinse un'affettuosa ed intima amicizia con s. Agostino, tanto che questi lo chiama ripetutamente frater cordis mei. Più giovane di qualche anno del suo amico che era nato, come si sa, nel 354, ne frequentò le scuole di grammatica nel paese natale e le scuole di retorica a Cartagine; lo precedette a Roma, dove si recò per studiare diritto, e lo accompagnò a Milano. A Roma fu assessore del comes delle elargizioni per l'Italia e diede, in questa circostanza, rari esempi di illibatezza e di disinteresse. Resistette energicamente alle pretese di un senatore potentissimo che tentava d'indurlo a commettere illegalità, restando indifferente, tra la meraviglia universale, sia alle minacce che alle lusinghe: "anima rara, scrive Agostino, "che non faceva caso dell'amicizia e non paventava l'inimicizia di un uomo cosi potente, famosissimo per gli innumerevoli mezzi che aveva di far del bene o di far del male". L'amicizia con Agostino valse a ritrarlo, momentaneamente, dalla passione per i giochi del circo, ma lo trascinò nel manicheismo. Con l'amico Alipio visse il travaglio del ritorno alla fede; castissimo di costumi, gli fu di sostegno nella lotta contro le passioni, e lo sconsigliò dal prendere moglie per non rinunziare a vivere liberamente nell'amore della sapienza; fu presente alla crisi della conversione e ne seguì l'esempio; si ritirò con lui a Cassiciaco, dove prese parte alle dispute di filosofia, e insieme con lui ricevette il battesimo il 25 aprile 387. L'anno seguente Alipio tornò in Mrica e a Tagaste si ritirò con gli amici a vita cenobitica. Nel 391 seguì Agostino nel monastero d'Ippona. Poco dopo viaggiò in Oriente e strinse amicizia con san Girolamo. Fu caro a san Paolino da Nola, che ne ammirava la santità e lo zelo. Eletto vescovo di Tagaste, quando s. Agostino era ancor prete, a fianco di lui, per quasi quarant'anni, rifulse nella Chiesa d'Africa come riformatore del clero, maestro di monachismo (santa Melania Iuniore passò sette anni a Tagaste sotto la sua direzione) e difensore della fede contro i donatisti e i pelagiani. Nel 411 partecipò alla Conferenza di Cartagine, e fu tra i sette vescovi cattolici che sostennero le dispute con i donatisti. Nel 418, per incarico di papa Zosimo, si recò a Cesarea di Mauritania per affari ecclesiastici, e prese parte alla disputa di Agostino con Emerito, vescovo donatista. Contro i pelagiani si adoperò con tanto zelo che fu dagli eretici unito ad Agostino nell'odio e da Girolamo nel merito. Nel 416 partecipò al concilio di Milevi (Numidia), e ne scrisse al papa Innocenzo. Per la causa pelagiana venne più volte in Italia, latore di opere agostiniane al pontefice Bonifacio e al comes Valerio. Nel 428, da Roma, inviò all'amico una replica di Giuliano, e insisté perché rispondesse. Sono le ultime notizie che abbiamo di lui. Si presume che fosse ad Ippona per la morte di sant'Agostino, e che sia morto nello stesso anno 430.
18 maggio
Beato GUGLIELMO da TOLOSA
(1297 - 1369)
Fu un giovane nobile che scelse la vita contemplativa e semplice del chiostro, preferendola alle comodità del suo palazzo feudale. Quantunque qualcuno affermi che fosse di stirpe regale, Guglielmo discendeva più probabilmente dal conte di Tolosa, lo stesso che dopo aver sostenuto gli Albigesi, ritornò sui suoi passi e combattè l'eresia con le armi. Guglielmo nacque sul finire del XIII secolo a Tolosa, città di grande rilievo perché capitale della Francia meridionale. Ricevette una severa educazione che incise sul suo carattere sensibile. Schivo per natura del chiasso e della baldoria, che non doveva mancare nemmeno nel suo castello, spesso si appartava nella biblioteca in lettura. Negato alla carriera delle armi, fu avviato a quella degli studi per i quali mostrava una evidente attrattiva e buone capacità. A diciannove anni, al termine degli studi di grammatica, umanità e retorica, chiese di entrare nell'Ordine agostiniano, che a Tolosa erano presente in modo significato. Si trattava di una comunità di oltre 150 frati in un vastissimo convento al cui fabbricato si stava in quei tempi lavorando alacremente. Sperimentò la vita agostiniana seguendo le norme di S. Agostino, che puntano sulla genuina amicizia come riprova del vero amore di Dio. Si esercitò nel dominio di sé con la perfetta castità, nel distacco dalla proprietà con la povertà evangelica e nella docilità alle regole e alle direttive dei superiori rinunziando al proprio io. Portato com'era alla solitudine, trovò il suo paradiso nel silenzio del chiostro. Con pieno impegno attese alla formazione cristiana con lunghe ore di preghiera, studio e penitenze che praticava nella più rigorosa osservanza comunitaria. Guglielmo fu titubante dinanzi al sacerdozio, preferendo la semplice vita del fratello laico. La sua docilità al proprio direttore spirituale lo convinse infine a superare questa crisi e sin dalla sua prima messa il popolo lo chiamò santo. Prima di iniziare l'apostolato fu mandato a Parigi, all'Università della Sorbona, l'accademia dei begli ingegni, ad approfondire la sua cultura teologica. Vi conseguì il titolo di lettore, ma rifiutò quello di maestro, forse per la sua ritrosia a ricevere onorificenze e privilegi che abbellivano tale grado accademico. Rientrò pertanto a Tolosa umile, ma ben saldo nella sua preparazione teologica. Fu predicatore ricercato e ascoltato per il felice connubio fra dottrina e santità: la fluida parola scendeva nei cuori scuotendo per la carica che vi metteva. Era cercato per i consigli e per le confessioni: affabile e riservato insieme, fu nelle simpatie di tutti. Tale stima lo infastidiva e gli creò un'aria melanconica che non lo lasciò più. Per amor di povertà rifiutava ogni dono e offerta, ad eccezione dell'olio per la lampada alla Madonna della sua cameretta. Integerrimo nel comportamento esigeva massima riservatezza dai suoi penitenti. Quanto a obbedienza era a sua volta docilissimo. Anche quando nel capitolo generale del 1341, che si tenne proprio a Tolosa, lo elessero priore di Pamiers, convento in situazione difficile, che richiedeva esemplarità e fermezza di polso. Dovette accettare l'incarico in ossequio a papa Benedetto XII, che conosceva personalmente prima che dalla sede di Tolosa venisse elevato al soglio pontificio ad Avignone. La situazione nel convento di Pamiers fu subito difficile, poiché i monaci erano riottosi, altri sobillavano, qualche volta si verificavano scaramucce. Una sera Guglielmo scendendo in coro verso mezzanotte per la preghiera corale, con l'anticipo di sempre, fu sorpreso nel vedere gli stalli già occupati. Il solito numero di frati se ne stava sempre a dormire, mentre i presenti avevano i volti bassi sul breviario. Raggiunto il posto egli dà inizio alla salmodia. Al Deus in auditorium scoppia all'improvviso un diavolerio con trivialità, bestemmie di ogni genere e lancio dei breviari contro la sua persona. Egli ebbe appena il tempo di tracciare contro di essi un segno di croce e fu un fuggi fuggi generale. Da allora padre Guglielmo divenne l'esorcista a cui si ricorreva con sicura fiducia nei frequenti casi di indemoniati. Dopo un decennio ritornò a Tolosa come semplice frate, dedicandosi a tempo pieno alla preghiera e al ministero sacerdotale. Morì a 72 anni il venerdì 18 maggio 1369. Fu in venerazione a voce di popolo: la ratifica del culto avverrà nel 1893
19 maggio
Beato CLEMENTE da OSIMO
... - 1291
Nacque agli inizi del secolo XIII nella Marca d'Ancona. Apparteneva alla Congregazione dei Brittinesi, che fu uno dei gruppi più consistenti di Eremiti con la Regola di S. Agostino, confluiti poi nel 1256 nella nuova struttura in forma di Ordine come fraternità apostolica. Non sappiamo molto della sua vita, per quanto sia stato un personaggio di grande rilievo e di forte influsso nella prima fase storica dell'ordine Agostiniano. Si sa con certezza che nel 1269 era Priore Provinciale della Marca d'Ancona e poi Priore Generale negli anni 1271-1274 e 1284-1291. E' stato quindi il Superiore Provinciale e il priore Generale di S. Nicola da Tolentino, quest'ultimo è entrato nell'Ordine verso il 1259). Religioso di esemplare osservanza, fu molto rispettato nell'Ordine. Fu un grande organizzatore della Vita agostiniana, promosse studi e, per favorire la permanenza degli studenti agostiniani a Parigi, si preoccupò che avessero in loco una dignitosa e capace struttura conventuale. Istituì monasteri femminili e a lui si deve la composizione dell'Ordinarium, una specie di cerimoniale liturgico. Oltre che per la sua alta testimonianza di santità, egli rimane indimenticabile nell'Ordine Agostiniano per essere stato, assieme al beato Agostino Novello, l'ispiratore e il promotore delle prime Costituzioni agostiniane, dette Ratisbonensi perché approvate nel Capitolo Generale di Ratisbona nel 1290. Enrico da Friemar, suo contemporaneo, lo ricorda così: "Il terzo generale dell'Ordine fu frate Clemente della Marca di Ancona ... uomo di ammirevole clemenza, pietà, prudenza e santità di vita ... per mezzo del quale Dio operò molti miracoli nel Capitolo celebrato a Ratisbona, nel quale io fui presente ... E il quinto fu di nuovo il predetto Clemente della Marca, uomo di grande santità, il quale sia in vita che in morte, avvenuta alla presenza della curia e di tutti i cardinali al tempo di papa Nicolò IV, brillò per i suoi grandi miracoli. E in Orvieto, dove morì, a motivo del numero e della grandezza dei suoi miracoli, rimase insepolto per parecchie settimane, per ordine dello stesso Papa che affermava essere cosa indegna che la terra nascondesse un corpo di tanta santità. Fu tanta moltitudine di popolo che, con singolare devozione, irrompeva da ogni parte per vedere quel corpo esanime che la Comunità di Orvieto ritenne opportuno, per ovviare alla grande ressa di gente, abbattere case per ampliare la strada che conduceva dai Frati e dare così al popolo più comodo di accesso. Dal suo corpo, nonostante il gran caldo, anzichè cattivo odore scaturiva un profumo soavissimo, come attesta il venerabile padre e signore Benedetto, Cardinale, che l'aveva avuto come confessore e per la sua particolare devozione più volte aveva visitato il venerando corpo. Anche in seguito, divenuto papa col nome di Bonifacio VIII arricchì la nostra religione di grandi e singolari grazie." Di lui parla anche Giordano di Sassonia nel IV capitolo del suo libro Vitas Fratrum conclusa nel 1357, sotto la voce "benevolenza dei superiori verso i sudditi." Le notizie che riporta tuttavia sono desunte da Enrico da Friemar: "E ancora si può addurre l'esempio di Fra Clemente della Marca Anconitana, già Priore Generale dell'Ordine, il cui nome Clemente corrisponde alla realtà, in quanto fu uomo di ammirevole clemenza, pietà e santità, caro sia a Dio che agli uomini. Per mezzo di lui il Signore operò molti miracoli durante la sua vita. Anche alla sua morte, avvenuta alla presenza della Curia e di tutti i signori Cardinali al tempo del papa Nicola IV, brillò per i grandi miracoli che compì." Quindi riporta con le stesse parole di Friemar le cose meravigliose avvenute in Orvieto, i miracoli attorno al suo corpo incorrotto, l'abbattimento di case per allargare la strada, la testimonianza del cardinale Benedetto Cajetani e la sua benevolenza verso l'Ordine. Il beato Clemente morì a Orvieto l'8 aprile 1291. Nel calendario agostiniano la sua memoria ricorre il 18 maggio, associato al beato Agostino Novello. Le sue reliquie sono collocate e venerate nella Cappella della Curia Generalizia Agostiniana a Roma.
19 maggio
AGOSTINO NOVELLO DA TARANO
... - 1309
Nacque a Tarano verso il 1240 e gli fu dato il nome di Matteo. Dopo aver studiato diritto all'Università di Bologna, lavorò nella cancelleria del regno di Sicilia, fino a raggiungere le più alte cariche della burocrazia alla corte del re Manfredi. Morto questi nella battaglia di Benevento (1266), e lui stesso ferito negli scontri tanto da essere abbandonato sul campo come morto, decise di cambiare vita, facendo voto di abbracciare la vita religiosa se fosse riuscito a salvarsi. Miracolosamente scampato, si rifugiò in Sicilia dove entrò negli Agostiniani dopo aver celato la propria identità. Lasciata subito la Sicilia, si trasferì nel senese andando a vivere presso alcuni romitori che sorgevano sulle montagne della regione. Da una vita particolarmente povera e misera, lo trasse una dotta memoria da lui compilata in difesa degli Agostiniani di Rosia, nei pressi di Siena, dove era professo come semplice fratello laico col nome di Agostino. Si racconta che in occasione di una sua difesa dei diritti del convento venne scoperta la sua identità. Quando l'allora generale Clemente da Osimo conobbe il talento e le virtù di Agostino, detto Agostino Novello, lo trasferì a Roma, dove ricevette il sacerdozio. Clemente desiderava che lo coadiuvasse nella reversione delle costituzioni dell'ordine. Nel contempo, Agostino era stato chiamato da papa Niccolò IV al suo fianco come confessore a penitenziere apostolico, incarichi che furono da lui ricoperti per circa dodici anni, anche sotto i pontificati di Celestino V e Bonifacio VIII. Allo stesso tempo collaborò nella stesura delle Costituzioni ratisbonensi del 1290. Circondato dalla stima generale, tanto nell'ordine, quanto al suo esterno, Agostino, benché assente, fu eletto priore generale dell'ordine nel capitolo di Milano del maggio del 1298. I capitolari riuniti per la celebrazione dei comizi generali, in sua assenza e senza nemmeno conoscere il suo parere, lo elessero Superiore maggiore dell'Ordine, e Bonifacio VIII lo confermò senza alcun esame, costringendolo in tal modo ad accettare la carica. La accettò con umiltà, sebbene ridotta a due anni poiché convocò in anticipo a Napoli un nuovo capitolo generale per rassegnare la rinuncia al generalato. Gli elettori non riuscirono a fargli cambiare idea. Il suo governo fu contraddistinto da grande carità e da innovazioni di un certo rilievo, come la divisione della regione germanica province. Governò con giustizia e grande umanità, promulgando utili disposizioni. Nonostante gli attestati di stima ricevuti da re Carlo II, che a Napoli, in occasione del Capitolo, donò all'ordine agostiniano la testa di S. Luca evangelista, e le insistenze dei confratelli che si rifiutavano di eleggere il suo successore, respinto anche il pressante invito di Bonifacio VIII che lo voleva in curia presso di sé, Agostino si ritirò in solitudine presso l'eremo di S. Leonardo al Lago vicino Siena ai pressi del convento del Lecceto. Il recesso dal mondo non gli impedì tuttavia di praticare l'apostolato e di dedicarsi alla stesura della costituzione per i frati dell'ospedale senese della Scala. I suoi ultimi nove anni trascorsero "riposando all'ombra della divina contemplazione", tutto dedito alla preghiera e alle opere di carità. Agostino si spense il 19 maggio del 1309, o del 1310 secondo altri, in fama di santità e fu sepolto nella chiesa di S. Agostino a Siena. Lì venne rappresentato con un angelo dietro il capo - "l'angelo sussurrante" diventerà una costante iconografica -, simbolo della divina ispirazione. Recentemente il suo corpo è stato trasferito a Termini Imerese in Sicilia. Nel 1759 Clemente XIII ne approvò il culto proclamandolo beato. L'Ordine agostiniano ne celebra la memoria il 19 maggio unitamente a quella del B. Clemente da Osimo. Agostino è stato raffigurato in una celebre opera di Simone Martini a Siena. La tavola è divisa in tre colonne: al centro appare la severa figura del beato agostiniano Agostino Novello. Ai suoi lati sono narrate le storie miracolose della sua vita. Si parte dalla nascita a Terranova di Sicilia intorno al 1235 da padre senese, dopo gli studi a Bologna, divenne consigliere e giudice di re Manfredi. Alla morte del re entrò nell’ordine agostiniano e si trasferì a Siena, quindi nell’eremo di San Leonardo al Lago, dove morì nel 1309, divenendo immediatamente una delle personalità più venerate della città toscana. La pala era collocata sopra la tomba del beato nella chiesa di Sant’Agostino a Siena, e Agostino vi è raffigurato con l’aureola di santo in omaggio al profondo culto popolare che gli era tributato.
22 maggio
Santa RITA DA CASCIA
1370 - 1447
Avrebbe potuto essere una mediocre o anche una pessima cristiana, inasprita dalla sofferenza e provocata alla ribellione. Fu, invece, una Santa . Sono parole di Agostino Trapè, il più recente e prestigioso biografo agostiniano di santa Rita, figura tra le più popolari della storia cristiana. Rita nacque a Roccaporena, uno dei verdi castelli soggetti a Cascia, nel 1370-1371 da Antonio Lotti e Amata (il cognome non è noto), che la battezzarono nella chiesa di santa Maria della Plebe a Cascia col nome di Margherita. Crebbe sotto le attente cure dei genitori, ma soprattutto del Signore, come attesta il miracolo delle api: mentre i genitori lavoravano nell'orto, la culla incustodita di Rita fu presa di mira da uno sciame di api, che, stranamente, entrarono ed uscirono dalla bocca della piccola senza pungerla. Crescendo aiutò la sua famiglia sia nei lavori dei campi, sia in casa, senza tralasciare la propria formazione religiosa e scolastica, un'eccezione per quei tempi. Il Signore suscita vocazioni là dove gli uomini concorrono a fomentarle e a formarle. Il sereno ambiente familiare e religioso concorse a crescere in Rita, fin da giovanissima, la vocazione monacale. Ma i genitori, ormai anziani, preferirono sposarla, nel 1387-1388, con un giovane del posto, Paolo, figlio di Ferdinando Mancini, per averla vicino e poter avere in famiglia l'appoggio di un uomo. Rita era buona, umile, religiosa, caritatevole, abituata a compiere serenamente il proprio dovere: Paolo, invece, secondo padre Agostino Cavallucci, autore della prima biografia della Santa nel 1610, era un uomo feroce, che atterriva nel parlare e spaventava nel conversare. Rita con lui seppe talmente conversare che lo ridusse tutto umile e tutto al servizio di Dio, tanto da formare un'armoniosa convivenza familiare da tutti ammirata. La vita familiare fu semplice e laboriosa: educare i figli (i gemelli Giangiacomo e Paolo Maria) cristianamente, occuparsi con amore dei vecchi genitori, attendere alla casa e all'orto, rasserenare e ristorare il coniuge al rientro da una giornata non sempre tranquilla. La vita matrimoniale così scorreva quando una sera del 1401 qualcuno bussò alla porta di casa e annunciò che Paolo, tornando da Cascia, era stato assalito dai suoi nemici, che da tempo meditavano di vendicarsi dei torti subiti. Il fatto che fosse disarmato, in linea con la sua nuova vita cristiana, lo rese facile preda dei suoi omicidi. Accorsa con i figli sul luogo del delitto, con il cuore colmo di dolore, Rita, superato il primo smarrimento, espresse subito il suo perdono per gli assassini e agì sui figli per convincere anche loro a perdonare. Il suo eroico perdono e la sua azione di pace divennero un binomio inscindibile da attuare con ogni mezzo. Perdonare come Cristo perdonò, sulla croce, i suoi crocifissori. Perdonare per interrompere la vendetta a catena. Ad un anno dalla morte di Paolo, morirono anche i figli, quasi uno dopo l'altro. Nel giro di un anno aveva perso tutta la sua famiglia rimanendo sola. A 30 anni, ancora giovane, forte e capace di amare, scelse di donarsi ai bisognosi. Ormai sola, sentì riemergere fortemente la vocazione monacale. Si recò allora a Cascia, presso il monastero di Santa Maria Maddalena, dove con grande umiltà chiese di entrare come monaca agostiniana per vivere secondo la Regola di S. Agostino. Fu rifiutata, non tanto perché vedova, ma in quanto il marito era stato assassinato: troppo recente era l'omicidio e quindi ancor vivo l'odio e il desiderio di vendetta. Rita si sforzò in ogni modo per tentare una completa rappacificazione tra i parenti di Paolo e i suoi assassini, che infine riuscì a far incontrare davanti ai pacieri e, poi, in chiesa, dove la fine delle ostilità fu suggellata con un abbraccio. L'opera pacificatrice di Rita offrì un esempio che rimase profondamente impresso nella mente dei suoi contemporanei e vive ancora oggi in tanti devoti, presso cui è nota come la santa dell'impossibile. Nel 1407 fu accolta nel monastero. Per 40 anni si dedicò totalmente a Dio, proseguendo la sua opera di pace e carità. Come S. Agostino, scelse la carità, la saggezza, l'amore, il servizio a Dio e all'uomo. La sua devozione per la Croce fu così grande che il venerdì santo del 1432, dopo aver seguito una predica sulla passione, presa dall'amore per Cristo Crocifisso, fu trafitta alla fronte, fino all'osso, da una spina della corona, che le procurò un dolore durato fino alla morte. Nel 1443 si ammalò gravemente e dovette rimanere a letto per lunghi anni. Durante la sua dolorosa malattia, che sopportò con animo forte e sereno, tra le numerose visite ricevute è da ricordare quella di una parente di Roccaporena, nel gennaio del 1447, rigido e nevoso. Questa parente, prima di congedarsi, le chiese se avesse bisogno di qualcosa. Rita, sorridente come sempre, le fece una richiesta veramente singolare per la stagione: due fichi maturi e una rosa. La parente la salutò un po' perplessa. Ma quando andò nell'orto di Roccaporena, con stupore vide che nel roseto spoglio e innevato era fiorita una rosa e che l'albero del fico portava due frutti maturi. L'ultimo desiderio terreno di Rita era stato miracolosamente soddisfatto. In ricordo di questo episodio, Rita è rappresentata con una rosa tra le mani. E il 22 maggio, anniversario della morte avvenuta nel 1447, vengono distribuite rose rosse davanti ad ogni chiesa intitolata alla Santa. In occasione della sua beatificazione nel 1628, si tenne un solenne festeggiamento il 16 luglio nella chiesa di sant'Agostino in Roma, alla presenza di 22 cardinali e di una folla immensa. Fu dichiarata santa solo il 24 maggio 1900 a San Pietro in Roma da papa Leone XIII. Nella storia del popolo umbro Rita è la sorella minore di due grandi santi: il patriarca S. Benedetto da Norcia e S. Francesco d'Assisi. Ma Rita è, forse, la più amata dal popolo ed è lei che Papa Leone XIII definì la più preziosa perla dell'Umbria.
4 giugno
Beato GIACOMO DA VITERBO
1255 ca. - 1307
di Niccolò Del Re
Discendente forse, della nobile famiglia Capocci, nacque a Viterbo intorno al 1255, ma non si hanno notizie dei suoi anni giovanili. Abbracciata ben presto la vita religiosa, entrò nel 1272 tra gli Eremitani di sant'Agostino, di cui vestì l'abito nel convento viterbese della S.ma Trinità. Prima del 1275 fu inviato a Parigi a studiare teologia nello Studio del suo Ordine, dove frequentò le lezioni di Egidio Romano, che lo ebbe poi sempre in grande stima. Tornato in patria nel 1281-82, ricopri dapprima la carica di primo definitore della provincia romana nel 1283, quindi fu visitatore nel 1284 e poi di nuovo definito re nel 1285, esercitando nel frattempo con ogni probabilità anche le funzioni di lettore in qualche convento della medesima provincia. Insieme forse con Egidio Romano, ritornò a Parigi nel 1286 per riprendervi gli studi teologici, conseguendo infatti il baccellierato nel 1288 e, al termine del prescritto tirocinio, il dottorato nella Pasqua del 1293. Su designazione di Egidio Romano, eletto priore generale dell'Ordine, fu nominato nello stesso anno maestro reggente dello Studio parigino, rimanendo in carica sino al 1299. Tornato in Italia nel 1300, insegnò per due anni nello Studio di Napoli, che dovette lasciare perché nominato da Bonifacio VIII, il 3 setto 1302, arcivescovo di Benevento; il 6 o il 12 dico successivo venne trasferito alla sede di Napoli, dove, pastore veramente zelante, seppe guadagnarsi la stima e la venerazione del re Carlo II d'Angiò e del figlio Roberto, duca di Calabria, che lo aiutò nella costruzione della nuova cattedrale. Il 13 maggio 1306 cominciò a trattare la causa di canonizzazione del santo pontefice Celestino V; che gli era stata espressamente affidata da Clemente V e nella quale egli pose ogni cura, tanto da recarsi personalmente a raccogliere testimonianze sui luoghi stessi dove Pietro di Morrone aveva condotto la sua vita penitente; ed in tale attività seguitò sino alla morte, avvenuta a Napoli, in odore di santità. La memoria di Giacomo fu subito circondata di venerazione, divenendo anche ben presto oggetto di culto pubblico che, nondimeno, fu confermato ufficialmente solo nel 1911. Considerato uno dei maggiori teologi scolastici, per l'acume del suo ingegno, meritò 1'onorifico titolo di doctor speculativus. L'unica opera di G. pubblicata per intero è il De regimine christiano, scritta nel 1303 in occasione della lotta tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, e che può considerarsi il primo trattato sistematico sulla Chiesa.
12 giugno
San GIOVANNI DA SAHAGUN
c. 1430-1479
"Padre, non hai saputo porre alcun freno alla tua lingua! Signor duca, per quale scopo salgo sul pulpito? Per annunciare la verità agli ascoltatori o per accarezzarli vergognosamente con adulazioni ?" Questo concitato dialogo avveniva tra l'indignato Duca d'Alba, che aveva assistito alla funzione religiosa, e il frate agostiniano P. Giovanni da Sahagun, che aveva tenuto il sermone. Quel giorno P. Giovanni aveva approfittato della presenza in chiesa di tanti nobili della città e delle autorità civili, per smascherare il mal governo della cosa pubblica e le ingiustizie perpetrate dai potenti a danno delle categorie deboli. Giovanni era nato a Sahaglin, in Spagna, verso il 1430. Da giovane uno zio gli aveva trovato una sistemazione presso la curia vescovile di Burgos, procurandogli anche un beneficio ecclesiastico. Poi divenne sacerdote. Ma a 33 anni Giovanni andò in crisi: non poteva vivere della vigna del Signore senza lavorarvi. Cosi, alla morte del vescovo, cambiò vita: entrò tra gli agostiniani, dedicandosi quindi ad un instancabile apostolato: nella predicazione al popolo, nella promozione della pace e della convivenza sociale. "Se mi chiedesse dell'atteggiamento di Giovanni - testimonia un suo contemporaneo - nei riguardi dei miserabili e degli afflitti, delle vedove e dei fanciulli sfruttati, dei bisognosi e degli ammalati, dovrei rispondere che da uno slancio naturale era abitualmente spinto ad aiutare tutti sia con buone parole sia anche con elemosine a questo scopo. Era anche preoccupato di portare tutti alla pace e alla concordia, dopo aver spente le inimicizie e le discordie. Quando era a Salamanca, essendo tutta la città divisa in fazioni a causa delle discordie civili, riuscì ad evitare molte stragi". Fu per i suoi ripetuti tentativi di pacificazione che nel 1476 i nobili di Salamanca sottoscrissero un solenne patto di perpetua concordia. La forza e il coraggio per agire P. Giovanni li prendeva dall'Eucarestia, che egli celebrava con straordinaria devozione. Morì nel 1479. Il processo di canonizzazione si concluse con la beatificazione, nel 1601, e con la canonizzazione, avvenuta nel 1690. Le reliquie del santo si conservano nella cattedrale nuova di Salamanca, città piena di luoghi i cui nomi ricordano i portenti operati dal Santo in vita o in morte.
23 giugno
Beato PIETRO GIACOMO da PESARO
(1445 - 1496)
Pietro Giacomo da Pesaro fu frate agostiniano del Quattrocento, morto nel 1496. Nasce a Pesaro molto probabilmente nell'anno 1445. Poco si sa della sua famiglia, che qualche storico chiama Gaspari. Le sue spoglie sono state traslate nel 1996 nella chiesa di sant'Agostino a Pesaro. Dobbiamo alla sua attività di calligrafo le prime due date certe della sua vita. L'8 agosto del 1472 lo troviamo infatti a Farneto di Montelabbàte (Pesaro) e il 3 novembre maestro degli studenti a Perugia, dove, l'anno seguente otterrà il grado di Lettore. Entrò giovanissimo nel convento agostiniano della sua città attratto, oltre che dall'ideale religioso, dal desiderio di saziare la sua fama di conoscenza delle cose di Dio: era già in sintonia, forse senza conoscerlo ancora, col suo padre Agostino, che aveva messo come scopo del suo itinerario spirituale la conoscenza di Dio e di se stesso. Terminato il noviziato, il giovane emette la professione e viene avviato al compimento degli studi necessari per il ministero sacerdotale e alla carriera accademica secondo il rigido e impegnativo programma prescritto all'Ordine agostiniano. Dopo l'ordinazione sacerdotale, è inserito nella vita conventuale con l'impegno di proseguire gli studi e di guidare i giovani studenti dell'Ordine. Nel 1473 è inviato ad insegnare nello Studio agostiniano di Firenze. E allo studio si applicò con entusiasmo riuscendo in breve tempo a conseguire i gradi di lettorato, baccelliere e, nel 1479, di Maestro di teologia. Il beato Pietro Giacomo metteva a disposizione dei confratelli la sua preparazione spirituale e i suoi progressi teologici. I superiori lo inviano dapprima a Perugia per formare e istruire i giovani agostiniani di quello studentato, poi al convento di Bologna per l'insegnamento della teologia in quel celebre studio generalizio. Nel 1482 lo troviamo, già con il titolo di maestro in Sacra Teologia a Rimini con il compito di Reggente dello studio. Partecipa a due Capitoli Generali: nel 1482 a Perugia e nel 1486 a Siena. Dalle notizie che conosciamo per certe e da altre che si desumono indirettamente, il Beato emerge per alcune caratteristiche inconfondibili: la santità di vita, l'amore per lo studio, l'impegno nell'evangelizzazione e nella formazione spirituale e culturale dei giovani agostiniani, la preghiera e la penitenza, la ricerca di solitudine, ascesi, tutti elementi che le Costituzioni del tempo - erano le stesse preparate dai Beati Clemente da Osimo e Agostino Novello per il Capitolo di Ratisbona nel 1290 - presentavano come punti forza dell'Ordine agostiniano appena strutturato. Predicò con grande zelo la parola di Dio in molte città d'Italia e amò intensamente la vita contemplativa. Ma oltre che per le sue doti intellettuali, frate Piergiacomo eccelleva per le sue virtù umane e soprannaturali, unite ad un sereno equilibrio e una rara prudenza. Per questo a più riprese dai confratelli fu eletto priore provinciale della Marca Anconetana, come allora veniva chiamata la sua provincia religiosa. Verso la fine della sua vita, desideroso di solitudine, si ritirò nel romitorio di Valmanente alla periferia di Pesaro, già santificato dalla permanenza di S. Nicola da Tolentino, dove si dedicò alla preghiera e ad un lavoro manuale particolarmente utile e prezioso a quei tempi: ricopiare e decorare codici e libri liturgici. Era infatti un valente calligrafo. I numerosi compiti affidatigli non gli avevano permesso fino ad allora di esercitare tale arte se non saltuariamente. A Valmanente chiuse serenamente il suo terreno pellegrinaggio nel 1496 poco più che cinquantenne, acclamato da tutti come un santo. Ancor oggi i suoi resti mortali sono venerati nella chiesina annessa al convento. La memoria liturgica del beato cade il 23 giugno. Pio IX ne approvò il culto nel 1848. I calligrafi - ne esistono ancora, nonostante i progressi della stampa allora ai primi vagiti - lo riconoscono come loro protettore e i fedeli lo invocano per qualunque necessità. Altre notizie, che a volte nelle piccole biografie gli storici hanno riportato - come una sua nomina a commissario generalizio per una vertenza tra i Conventi di Pergola e Corinaldo, la sua elezione a Priore Provinciale della Provincia Picena e l'incarico di Priore nel celebre Convento e Studio di S. Giacomo Maggiore a Bologna - andrebbero meglio verificate, anche perché alcune potrebbero riferirsi ad un omonimo Pietro Giacomo da Pesaro, a lui contemporaneo. Da notizie certe sappiamo tuttavia che il Beato emerge per alcune caratteristiche inconfondibili: la santità di vita, l'amore per lo studio, l'impegno nell'evangelizzazione e nella formazione spirituale e culturale dei giovani agostiniani
2 luglio
Beato GIOVANNI BECCHETTI
... - 1400
Era un parente stretto del beato Pietro e sul suo esempio condivise lo stesso ideale di vita entrando qualche anno dopo di lui nel convento agostiniano di Fabriano, ove con serio impegno attese alla sua formazione spirituale e intellettuale. Già avviato agli studi umanistici venne attirato al chiostro degli Agostiniani dal cugino Pietro, di lui più grande di qualche anno e impegnato allora negli studi di filosofia. L'ottima formazione ricevuta in famiglia lo fecero emergere fra i novizi per l'impegno e l'applicazione nello studio. Per tale eccezionalità fu destinato all'Università di Oxford dove perfezionò i suoi studi in teologia conseguendo brillantemente il magistero nel 1385. A Oxford si trovò implicato nelle controversie scatenate da Wiclef, un ecclesiastico fiero e puntiglioso che si era posto a capo di un movimento antipapale, i lollardi. Fra Giovanni avvertì con disagio la profonda lacerazione dottrinale determinata da Wiclef e rafforzò la convinzione che lo studio va sostenuto dalla pietà e condotto con docilità dalla autorità della Chiesa. Con zelo si dispose all'insegnamento difendendo la fede cattolica con discorsi e scritti. Dopo vari anni di insegnamento fu richiamato a Perugia col titolo di Reggente degli Studi. Scrisse varie opere filosofiche, teologiche e anche di commento alla Sacra Scrittura. Lo studio non lo distoglieva dagli impegni apostolici della predicazione a cui si dedicava con grande passione e profitto dei fedeli. Con pari fede ed entusiasmo compì col fratello il pellegrinaggio in Terra Santa e ne riportò frutti di pietà che volle prolungare nel tempietto del S. Sepolcro riprodotto presso la propria chiesa. La sua più grande consolazione era trascorrere le ore libere in meditazione e preghiera. Morì nel 1400 e le sue reliquie, composte con quelle del cugino, sono esposte in venerazione nella chiesa di S. Agostino. Lo pregavano particolarmente in situazioni d'emergenza contro pestilenze e carestie. Nel 1591 il Comune colpito da una pestilenza arrivò ad erogare una cospicua somma per la processione propiziatoria ai beati Becchetti. La peste cessò e la Comunità riconoscente ordinò di contribuire per dodici anni a feste di ringraziamento. Il suo culto fu approvato da Gregorio XVI che fissò la sua memoria al 2 luglio.
2 luglio
Beato PIETRO BECCHETTI da FABRIANO
(... - 1420)
E' di Fabriano ove nacque nella metà del 1300, oriundo dalla famiglia inglese che conta tra i suoi membri anche il martire S. Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury. Pietro Becchetti era un ragazzotto calmo e con tanta voglia di studiare, cugino di Giovanni. In convento occupava il suo tempo in preghiera e studio. Compiuta con lodevole profitto lo studio della filosofia a Padova, fu inviato a Perugia per qualificarsi negli studi teologici e ne ritornò col titolo di Maestro in sacra teologia. Per incarico del Padre Generale attese all'insegnamento negli studi dell'Ordine. Svolgeva l'insegnamento come un autentico servizio di fede e il suo discorso era accreditato dall'esemplarità della vita devota ed austera. Nella predicazione parlava di Dio con l'amore e la competenza di chi sa di dover rivelare magnalia Dei. Fu chiamato nel 1388 all'insegnamento nello studio generalizio di Rimini e quindi in quello di Venezia del 1391. Si dedicò oltre che all'insegnamento dalla cattedra anche alla predicazione della parola di Dio con grande profitto spirituale delle folle entusiaste. Come premio per il suo insegnamento ottenne nel 1383 di poter compiere un sacro pellegrinaggio in Terra Santa. Ne ritornò con tale ricchezza spirituale che volle riprodurre il Santo Sepolcro a fianco della chiesa conventuale di Fabriano per rivivere le belle ore di pietà nella meditazione della passione di Cristo, nella preghiera e nelle frequenti veglie. Avanti negli anni e privo ormai di ogni ufficio passava la giornata in chiesa e nelle visite agli ammalati. In molti lo chiamavano per la sua pia parola di conforto, per i sacramenti e specialmente per la sua benedizione. Questo servizio ministeriale fu caratterizzato dalla sua pietà e bontà come documentano le scene dipinte sulla sua cassa. Morì nel 1421 venerato come un santo. Il culto di beato gli fu tributato fin dalla morte con il nimbo di gloria alle sue immagini. Grazie e miracoli ne accrebbero la venerazione. Impressionante l'episodio di Pier Paolo di Matrepura: in preghiera davanti all'altare del beato per sfuggire ad un suo rivale, fu da questi raggiunto e giustiziato a fil di spada con un fendente che gli staccò la testa. Gli astanti accorsero inorriditi per raccogliere il cadavere riverso nel sangue, ma con stupore si avvidero che non era morto ma che aveva solo un ampio taglio superficiale sulla testa. Tutti gridarono al miracolo. Nel 1853 Gregorio XVI ne confermò il culto. Il calendario dell'Ordine celebra la sua memoria il 2 luglio.
17 luglio
BEATA MADDALENA ALBRICI
(1415 ca. - 1465)
La beata vergine Maddalena nacque a Como attorno al 1415 dalla nobile famiglia comasca degli Albrici. Suoi membri furono protagonisti nella storia della città di Como dal XIII al XVI secolo. Un famoso Albrici fu Giovanni che ricoprì il ruolo di ambasciatore della città in due occasioni, una presso il Papa Innocenzo IV e una presso i Milanesi nel 1249, quando trattò la pace tra le due città nemiche, entrambe coinvolte, su fronti opposti, nello scontro tra l'imperatore Federico II di Svezia e i Comuni dell'Italia settentrionale. Il periodo aureo degli Albrici è la prima metà del Quattrocento, proprio durante la vita di Maddalena: Zanino Albrici raggiunse i massimi vertici della politica cittadina. Maddalena Albrici ebbe tre fratelli, Pietrolo, Zanino e Guasparino: è probabile che Zanino, che svolse un importante ruolo nella storia di Como, fosse uno dei suoi fratelli. Mentre Zanino Albrici impiegava la sua esistenza nell'operare per la sua città, Maddalena Albrici visse, nel silenzio dell'eremo brunatese, la meditazione sul Crocefisso, la carità verso i bisognosi, operando solamente per la sicurezza e la stabilità del monastero. Sembra che Maddalena Albrici abbia incontrato Bernardino da Siena nel 1419, prima di entrare in monastero e che poi lui l'avesse visitata a Brunate nel 1432. Ebbe un ardente di amore verso il Signore sin da fanciulla che manifestò entrando in una casa religiosa a Brunate, che seguiva la regola di sant'Agostino. Sotto la sua sapiente guida fu trasformata in monastero sotto il titolo di sant'Andrea, che comunque seguiva sempre la Regola di sant'Agostino. Innamorata della straordinaria spiritualità del santo, a Maddalena stava a cuore l'appartenenza all'Ordine agostiniano e restare nella sua giurisdizione. Nel 1455 la Congregazione agostiniana di Lombardia accolse la sua comunità sotto la sua giurisdizione. Fu papa Pio II, il 16 luglio 1549, ad approvare definitivamente l'unione di questa casa all'Ordine. La beata fu un chiaro esempio di vita agostiniana e condusse all'Ordine molte giovani, che vivevano da sole nelle proprie case, e alcuni terziari, accolti nei pressi di Como. Pare che il Beato Antonio da San Germano sia salito a Brunate, per colloquiare con la Superiora del monastero. Di queste visite fa memoria una lapide sul fianco della chiesa di Brunate. Da atti notarili sappiamo che Maddalena Albrici fondò nel 1443 a Como una casa per rifugio delle monache questuanti, sul terreno cedutole da Betto di Sala. Tra il 1455 e il 1456 la casa di Como divenne il monastero della SS. Trinità, staccandosi nel 1459 da quello di Brunate. Seguendo il suo esempio altri monasteri di monache e si aggregarono all'Ordine agostiniano. Sempre più desiderosa di ubbidire più che di comandare esortava le consorelle a lei soggette alla perfezione delle virtù. Eminente per la purezza di vita e per la carità verso tutti, morì nel maggio del 1465. Le memorie scritte sulla Beata ricordano l'eccezionalità della morte, avvenuta dopo lunghe sofferenze, e della devozione che immediatamente seguì: per otto giorni fu esposto il corpo ai pellegrini che salivano a Brunate e la tomba fu poi oggetto di continua venerazione. Il titolo di Beata fu subito tributato dai fedeli, diffuso da predicatori e religiosi, pubblicato nelle "Vite di Maddalena Albrici". Nelle raffigurazioni devozionali, la monaca agostiniana è rappresentata con raggi luminosi sul capo, quale segno di santità. Il "Decreto che conferma il culto prestato da tempo immemorabile alla Beata Maddalena Albrici, monaca professa dell'Ordine degli Eremitani di S. Agostino" è stato emesso l'11 dicembre 1907 da Papa S. Pio X. In tale decreto si ricordano i fatti salienti della vita della Beata, i miracoli operati soprattutto a favore degli infermi. Le sue reliquie sono attualmente esposte alla venerazione dei fedeli nel Duomo di Como. La sua memoria liturgica ricorre il 16 luglio.
24 luglio
Beato ANTONIO TURRIANI DELL'AQUILA
(1424 - 1494)
E' uno dei grandi di Milano, anche se l'appellativo lo dice dell'Aquila, città ove trascorse l'ultimo periodo della sua vita. Era infatti figlio di Francesco della Torre, conte di Milano, e di Agnese, contessa di Guastalla: una famiglia nobile con un passato glorioso di personalità di spicco tra crociati, vescovi e politici. Schivo delle compagnie mondane e incline alla pietà, si sprofondava nello studio e seguiva la mamma in chiesa. La sua facilità di apprendimento suggerì al padre di avviarlo alla carriera medica. Antonio completò gli studi brillantemente all'università di Pavia, conseguendo a 22 anni la laurea di medico-chirurgo. Si creò ben presto una vasta clientela, fra cui molti poveri, ai quali oltre alle cure, donava cibo e alloggio. Dopo due anni di professione medica decise di farsi frate agostiniano. Gli agostiniani di S. Marco in Milano lo accolsero nel proprio convento. Divenuto sacerdote, si ritrovò intorno la vecchia clientela: ma era difficile conciliare l'impegno caritativo con le esigenze della regola conventuale. Chiese perciò di essere trasferito all'eremo di San Nicolò a Foligno, nella Congregazione Riformata Perugina, ove visse per qualche tempo come infermiere. Si scoprì in quegli anni la sua perizia medica, che gli procurò l'ammirazione di altri medici. A 34 anni decise di fare un'esperienza di pellegrino proponendosi l'itinerario Tolentino-Loreto-Compostella. Fu a Tolentino nel 1458 dove partecipò alla festosa canonizzazione di san Nicola. Nel dicembre passò a Loreto, ove a Natale ebbe la visione della Vergine che gli offrì il santo Bambino dicendogli: "Prendilo e vezzeggialo a tuo piacere! ". A Compostella si trattenne più a lungo per occuparsi dell'assistenza medica dei pellegrini. Rientrò a Roma nel 1474 e ricevette dal padre Generale l'obbedienza per l'Aquila, preceduto dalla fama di virtù. Come priore esercitò il suo comando con umiltà, aiutando i monaci nei lavori più pesanti. Le monache Agostiniane lo vollero come confessore e direttore spirituale. Durante la peste del 1478 e del 1486 svolse una intensa attività medica nei lazzeretti. Nel suo orto crebbe un rigoglioso olivo, che lui stesso aveva piantato da un semplice ramo delle palme benedette. Il suo olio era usato miracolosamente per guarire dalle malattie. Durante il suo ventennio di assistenza spirituale non morì alcuna delle 87 monache ed anche in seguito, secondo una promessa da lui fatta, sembra che le monache, finché rimasero nel monastero (cioè fino al 1908), ricevessero un particolare avvertimento all'approssimarsi della morte. Durante gli ultimi sei mesi di vita ebbe molto a soffrire, ma sempre con tanta serenità. Morì a 70 anni il 24 luglio 1494. Non fu sepolto sotto terra perché una pietra avvertì lo sterratore a smettere il lavoro cadendogli violentemente addosso e lasciandolo illeso per miracolo. Dal primo anniversario della morte la venerazione privata prese forma di culto pubblico con manifestazioni cittadine. Papa Clemente XIII lo beatificò nel 1759. Le sue spoglie, dopo la soppressione del monastero e l'allontanamento degli agostiniani dall'Aquila nel secolo scorso, sono state ricomposte nel 1987 nella cappella delle Agostiniane di S. Amico, insieme a quelle della beata Cristina da l'Aquila. La sua memoria liturgica ricorre il 24 luglio.
2 agosto
Beato GIOVANNI BUFALARI da RIETI
(1318 - 1336 ca.)
Un santo simpatico come pochi di quelli che ci vengono dal medioevo: sapeva ridere, essere gioviale, ameno e di una cordialità fascinosa che attirava simpatia da quanti lo avvicinavano. Per rara fortuna non lo vediamo col teschio in mano, il labbro avvizzito e l'occhio in prospettiva alla tomba. E dire che nel mondo ultraterreno ci viveva già e alla morte ci pensava senza sgomento: la attese sereno celiando con i confratelli nel semestre della malattia che giovanissimo, sui 18 anni, lo portò alla tomba. Nativo di Amelia, un paesino dell'Umbria, sembra sia stato indirizzato agli agostiniani dalla sorella Lucia, monaca tra le agostiniane. Di essa egli fu emulo non solo nella scelta di vita nel medesimo Ordine, ma in special modo nella conquista della perfetta cristianità. Lei si santificò nel suo paesello dov'è tuttora venerata, e lui a Rieti, ove fu trasferito dopo qualche tempo dal suo ingresso in convento, per completare nel professorio la formazione religiosa. Era di un carattere ineguagliabile: affabile, premuroso verso tutti, ospiti compresi, e di una semplicità incantevole che gli valse l'appellativo il semplice. Quando capitava qualcuno in convento era lui che si dava premura di pulirne i calzari inzaccherati dal fango delle strade sterrate e si prendeva cura anche delle vesti impolverate dalla cavalcata. Per questa sua disponibilità è intuibile che ordinariamente non lo lasciassero con le mani in mano. Ci par di vederlo accorrere ovunque fosse chiamato con quel sorriso fresco che invogliava ad ingaggiarlo in un lavoretto in più. Mai che si spazientisse e sì che di scocciamessali non gliene mancavano attorno. Con i malati dicono avesse un'amorevolezza tutta sua: ne sollevava l'animo con facezie e financo con carezze quando ovviamente la nuvolaglia era più fitta. Qualche volta l'avranno certo mandato in quel paese i suoi vecchietti sclerotici, ma egli imperturbato continuava il servizio di carità sapendo di prestarlo a Cristo sofferente nel fratello. Alimentava lo spirito con la preghiera, l'Eucarestia e una sentita devozione alla Madonna, dalla quale fu poi avvertito della prossima malattia e conseguente morte. Ambiva il servizio dell'altare nella liturgia eucaristica e non si annoiava quando si prolungava per una seconda e una terza messa di seguito. Potendo si recava a tal fine anche in altre chiese. In fatto di mortificazione nulla dava a vedere esternamente: ne affidava il segreto alla cameretta, notte tempo principalmente, rubando anche ore al sonno. La ricompensa che si attendeva da Dio esigeva che a Lui solo presentasse le sue penitenze. Le più belle elevazioni di animo le aveva in giardino: subiva il fascino dei delle piante e degli uccelli. C'è da supporre si dedicasse al giardinaggio, col beneplacito del superiore, il quale, da illuminato qual era, non gli rimproverava per perso il tempo che vi dedicava a zappare, sarchiare, piantare, innaffiare. Fu anche un privilegiato perché non vide sfiorire la sua primavera. Un bel giorno infatti sentì venir meno le forze e dovette allettarsi. Era l'inizio della fine: lui lo sapeva. Nel forzato riposo non perse l'abituale serenità. A fargli compagnia spesso veniva a posarsi un usignolo che si esibiva in gorgheggi e canti. I frati incuriositi, gliene chiesero il significato. E' la mia sposa che viene a chiamarmi rispose. Spirò con l'abituale sorriso sulle labbra, lieto di incontrarsi con Dio, al quale aveva consacrato la sua vita. La sua morte fece notizia e al suo sepolcro fu un accorrere di malati, che dichiararono di essere stati soccorsi da fra Giovannino. Il popolo lo venerò come santo: Gregorio XVI nel 1832 ne confermò il culto. E' venerato nella chiesa di S. Agostino a Chieti: a lui si ricorre in particolare per il dolore di capo.
17 agosto
SANTA CHIARA DA MONTEFALCO
1268 - 1308
Quanto sappiamo relativamente a S. Chiara da Montefalco è dovuto principalmente al sacerdote francese Berengario Donadieu de Saint-Affrique, che nel 1308 e nel 1309 governava la diocesi di Spoleto in qualità di vicario del vescovo Pietro Paolo Trinci, dato che costui risiedeva presso la corte pontificia ad Avignone. Il 21 agosto del 1308, esattamente quattro giorni dopo la morte di Chiara, Berengario andò a cavallo da Spoleto a Montefalco con l'intenzione di punire le monache della defunta, che si erano spinte in azioni che riteneva cristianamente riprovevoli. Gli era stato infatti riferito che le monache avevano estratto il cuore di Chiara e che la andavano proclamando santa tra il popolo. Giunto a Montefalco Berengario tuttavia cambiò atteggiamento e dopo aver valutato la situazione accettò la posizione delle monache dopo aver discusso, come egli stesso ricorda nei suoi scritti, con " molti religiosi, lettori, dottori in teologia e più di venti secolari, dottori e periti in ambo i diritti, col cui consiglio e assenso cominciai a inquisire per formare articoli speciali " sulla santità di Chiara. Ritornato a Spoleto alcuni dei suoi collaboratori domestici tentarono di dissuaderlo da simile impresa per vari giorni e con insistenti motivazioni. "Vinto quasi dalla tentazione, mi proposi di lasciar perdere tutto e di bruciare e distruggere quella stessa notte e senza alcun indugio quanto avevo già fatto. Nell'angoscia di questa incertezza il Signore confortò il mio animo, tanto che gli parlai così, senza aggiungere o cambiare niente: «Signore Dio mio, ti chiedo di farmi conoscere la tua volontà, per sapere come devo comportarmi in questa vicenda di Chiara, che mai vidi nè so chi fu. Io non inizierei ad interessarmi nemmeno di S. Pietro e S. Paolo o di altro santo, anche se fosse il più grande di quelli che sono nella vita eterna, se non nei limiti in cui credessi di fare cosa gradita alla tua volontà». Avevo appena terminato di pronunciare queste parole, quando, mentre ero in piedi, mi apparve la suddetta santa Chiara, vestita di bianco, con strisce color violaceo sulle braccia e con una tunica a foggia di dalmatica diaconale adornata di cerchi di seta fino ai piedi ... Sin dal suo primo apparire assieme a una grande commozione spirituale e una grandissima consolazione, sentii dentro di me: «Ecco Chiara». All'istante cessò la tentazione, mi sentii tranquillo e la mia anima, piena di una ineffabile dolcezza spirituale, fu illuminata da tanta luce, che compresi la volontà di Dio in quella questione e capii che io dovevo inquisire la vita e i miracoli della suddetta santa Chiara. Dovevo occuparmi dei segni della Passione di Cristo e della Trinità che erano state scoperte nel suo corpo ... e da allora cominciai a investigare esaminando vari testimoni, ascoltando le loro deposizioni e preoccupandomi di raccogliere le principali tra le tante. Con esse composi questo scritto, che è disposto come meglio ho saputo fare, secondo l'ordine e l'età della stessa Chiara. E assicuro in coscienza che non vi ho scritto altro se non le dichiarazioni dei testimoni, che ho cercato di abbreviare quanto mi è stato possibile, conservando tutto l'essenziale e che ho procurato di ripetere i fatti con le stesse parole con cui mi sono stati narrati, senza preoccuparmi della grossolanità dello stile, pur di conservare la verità originale dei fatti e delle testimonianze." Nel 1309 Berengario ottenne l'autorizzazione dal suo vescovo Trinci per iniziare il processo informativo ordinario su "vita, virtù, miracoli e rivelazioni" riguardanti Chiara da Montefalco. Il materiale raccolto venne poi trascritto nella "Vita di S. Chiara della Croce" che Berengario stesso compose successivamente. Nel 1315 i risultati del processo informativo furono illustrati a papa Giovanni XXII in Avignone, dove in pubblico concistoro furono lodate le virtù e i miracoli di Chiara. Le autorità e i fedeli dell'Umbria ne reclamavano ormai a gran voce la canonizzazione. Così con bolla del 25 ottobre del 1317 il papa ordinò ai vescovi di Perugia e di Orvieto e al rettore del ducato di Spoleto di cominciare il processo apostolico. Tenuto conto della povertà del monastero di S. Croce di Montefalco, dal papa con altra bolla del 22 marzo del 1318 fu imposto ai tre esaminatori di non ricevere e di non esigere più di due fiorini al giorno ciascuno per il proprio lavoro e per i loro viaggi. Il processo, nel quale deposero circa 470 testimoni, nel 1319 era già terminato e il papa nominò una commissione presieduta da tre cardinali con l'incarico di esaminare il voluminoso processo apostolico e di stenderne una relazione. Tuttavia a motivo della morte di due dei tre cardinali e dei loro due successori, la commissione riuscì a concludere i lavori solo verso il 1330 con la stesura del cosiddetto "sommario dei tre cardinali", che elenca e descrive brevemente oltre 300 miracoli attribuiti alla santa. In una seconda più sintetica relazione ne vennero scelti 35: tutto era ormai pronto per la canonizzazione, ma la "gravezza dei negotii che portarono quei tempi calamitosi" impedirono la canonizzazione. Tutti gli incartamenti furono dimenticati fino all'età moderna quando, finalmente ripreso il processo di canonizzazione, la beata Chiara fu proclamata santa da Leone XIII in S. Pietro l'8 dicembre 1881. Dalle dichiarazioni di vari testimoni e da ciò che riferisce Berengario è ormai risaputo che all'età di sei anni, Chiara, figlia di Damiano e Iacopa, una famiglia benestante di Montefalco, entrò nel 1274 nel reclusorio, che suo padre nel 1271 aveva fatto costruire per la figlia maggiore Giovanna. Quest'ultima aveva vent'anni quando si ritirò con l'amica Andreola a vivere di preghiera e di penitenza in un reclusorio dove oggi sorge S. Illuminata, una chiesa anch'essa agostiniana. Damiano e Iacopa ebbero altri tre figli: Chiara nel 1268, Teodoruccia, morta in fasce e Francesco, di quattro anni più giovane di Chiara. Nel 1274 il reclusorio fu approvato dall'autorità ecclesiastica e Giovanna fu autorizzata ad accogliere altre postulanti. La prima fu proprio la sorellina Chiara, già incline alla preghiera nella casa paterna. Chiara mostrò ben presto una predisposizione alla penitenza sostenuta da un carattere appassionato e volitivo. Essa era mossa da un sincero amore verso il Signore con una speciale devozione verso la Passione di Cristo. Chiara era una ragazza sana, di buon appetito, anzi golosa delle bontà della cucina a tal punto che si impegnò in una quaresima permanente di mortificazione dei propri desideri. La forza di carattere della giovane Chiara è significativamente mostrata da un episodio che la vide protagonista un giorno in cui le capitò di rompere il silenzio della comunità, che era obbligatorio dalla sera (compieta) sino alla mattina (ora terza): ebbene si obbligò da sè a tenere le gambe in un mastello d'acqua gelata fintanto che non ebbe recitato con le braccia alzate cento Pater. Nel 1278 entrò nel reclusorio anche Marina, amichetta di Chiara, e poco dopo Tommasa, Paola, Illuminata ed Agnese. Nella previsione della entrata di nuove postulanti Giovanna, dopo essersi consigliata con le compagne, decise di trasferire il reclusorio sul colle di S. Caterina del Bottaccio, in un luogo più prossimo al paese. Fu ancora papà Damiano che si adoperò per realizzare il nuovo reclusorio. La morte tuttavia lo colse durante i lavori. Dopo la morte di Damiano la comunità femminile di Giovanna dovette subire varie vicissitudini talune anche gravi, che comunque confermarono la ferma volontà del gruppo di dedicarsi alla preghiera e all'elemosina. Nel 1290 Giovanna, secondo Berengario e altri testimoni oculari "domina mirabilis sanctitatis", chiese al vescovo di Spoleto di trasformare il reclusorio in monastero.Il 10 giugno il prelato, Gerardo Pigolotti, domenicano, le rispose: "Da parte vostra ci è stata rivolta umile supplica di concedervi benignamente una regola sicura e quanto è necessario per una casa religiosa bene ordinata. Perciò, lodando nel Signore il vostro proposito e invocando il nome di Cristo, decidiamo con la presente di concedervi la Regola di S. Agostino, che vogliamo e ordiniamo sia in perpetuo e inviolabilmente osservata da voi e dalle vostre sorelle, che in futuro vivranno in codesta casa. Vi concediamo piena e libera potestà di erigere un oratorio con campana, nel quale lodiate Dio, un cimitero per la vostra sepoltura e la facoltà di ricevere come vostre compagne e consorelle le persone, che desiderassero abbandonare il mondo. Data presso la pieve di S. Fortunato di Montefalco, il 10 giugno dell'anno del Signore 1290."La decisione fu presa dal vescovo dopo aver conosciuto le nuove monache ed essersi accertato che la loro fondazione prometteva stabilità. Egli aveva visto giusto poiché neppure la morte della fondatrice Giovanna il 22 novembre del 1291 riuscì a mettere in crisi la comunità agostiniana. Per Chiara la perdita della sorella fu inconsolabile. Pianse per tre giorni, ella che non aveva pianto né per la morte del padre né per quella della madre, ritiratasi in monastero dopo la morte del marito. Per volontà unanime delle monache e per ordine del Vicario diocesano, che presiedette all'elezione, Chiara dovette accettare l'ufficio di badessa e continuare nell'incarico fino alla morte. Dico dovette poiché Chiara, che si sentiva indegna di ogni considerazione e che aveva chiesto inutilmente alla sorella di essere posta tra le serviziali, non voleva accettare e supplicò che non le affidassero quell'incarico. Ma le monache, il fratello Francesco, frate francescano, non acconsentirono a far presente al vescovo il suo desiderio. Consapevole della sua responsabilità e nonostante la sofferenza della crisi interiore, diventò per le sue monache maestra e direttrice spirituale. Organizzò meglio la vita comune, impose a tutte anche il lavoro manuale, lasciando tuttavia molta libertà a quelle che si sentivano più inclini alla preghiera."Chiara - testimoniò la cugina Giovanna, sua segretaria spirituale - rivolgeva continuamente la massima sollecitudine per la salute delle monache, correggendo, istruendo, dirigendo, occupandosi attentamente dei loro bisogni, esaminando i loro casi e le loro azioni senza badare a se stessa e trascurando il riposo ..." Nel novembre del 1292 il vescovo Pigolotti le scrisse, rispondendo ad una supplica, che gli aveva indirizzato la defunta Giovanna: "Vi concediamo con la presente che nessuno possa edificare accanto al vostro monastero una chiesa, oratorio o carcere per la distanza di 25 pertiche". Ammalatasi verso Natale del 1293, Chiara cadde in una profonda crisi interiore, non riuscendo a darsi pace nel considerare la sua miseria spirituale e la sua ingratitudine verso Dio, perché ad esse attribuiva la causa della sua incapacità a sentire la presenza divina. Rimase assorta in estasi per alcune settimane e durante quella assenza dal mondo, raccontò di essere finita dinanzi al giudizio di Dio: aveva "visto" l'inferno con tutta la sua disperata sofferenza e il paradiso con tutta la letizia dei santi, ma soprattutto aveva "visto" la perfettissima santità di Dio e la rettitudine perfetta in cui l'anima deve vivere per essere in Dio. Quando il 2 febbraio rinvenne perfettamente guarita fece il proposito di non fare mai più nulla, di non pensare più nulla e di non parlare di nulla che fosse contrario a quella rettitudine. "E' per grazia di Dio - confidò anni dopo all'amico Biagio di Spoleto - se ho potuto mantenere questa fedeltà". Nel 1299 Chiara comprò un " terreno e una casa" per poter ampliare il suo monastero e nel 1303 Chiara poté finalmente realizzare il vecchio desiderio di costruire una chiesa che rispondesse alle esigenze della sua comunità e a quella della gente. La prima pietra, benedetta dal nuovo vescovo di Spoleto, il domenicano Nicola Alberti, fu posta direttamente dal vicario foraneo di Montefalco, don Bordone il 24 giugno 1303 e la chiesa fu dedicata alla Croce. Nella cappella di S. Croce, fatta affrescare nel 1333 dal canonico Giovanni d'Amelio, già rettore del Ducato e per anni vescovo di Spoleto, un affresco illustra il cuore della spiritualità di Chiara: il Cristo, vestito da pellegrino e il volto affranto, porta la croce col passo stanco. Davanti è inginocchiata Chiara come intenzionata a impedirgli di andare oltre: "Signore, dove vai ?" e il Cristo: "Ho cercato per tutto il mondo un luogo forte per piantare profondamente questa croce, ma non l'ho trovato."Nel coro delle monache, in un altro piccolo affresco, Chiara, il viso proteso verso il Cristo e le mani alla Croce, esprime tutto il suo appassionato e sofferto desiderio e il Cristo, non più in cammino e con il volto quasi lieto, le dice: "Sì Chiara qui ho trovato il posto per la mia croce" e pare che la affondi nel suo cuore.La visione cui si riferiscono i due affreschi risale al 1294 e, come testimoniò la cugina Giovanna, con la quale si confidò sette anni dopo, Chiara rimase "con acutissimi dolori in tutto il corpo, per i segni della croce impressi da Cristo stesso. Da quel momento sentì nel suo cuore sensibilmente e per sempre la Croce."Sotto la guida di Chiara il monastero fioriva e in un documento del 1305 si leggono i nomi delle sue venti monache, oltre le novizie. La preghiera le permise negli anni 1306-1307 di scoprire gli errori che nel dogma e nella morale propagavano i " frati del libero spirito", il cui capo, fra' Bentivegna francescano, si faceva chiamare l'Apostolo. Salito a Montefalco, costui aveva tentato di ingannarla in vari colloqui ma non riuscì nel suo intento. Chiara informò l'Inquisitore di Perugia, che però non volle prendere decisione alcuna. Chiara supplicò allora il cardinale Napoleone Orsini, legato papale, il quale attraverso il suo teologo fra' Ubertino da Casale, anch'egli francescano, riuscì a smascherare il Bentivegna e i suoi confratelli che sparirono dall'Umbria. Pur senza dimenticare le sue frequenti estasi, né la sua straordinaria mortificazione nel mangiare, nel bere e nel dormire, o la sua unione a Cristo nei misteri della sua vita e della sua morte, Berengario attribuisce grande importanza alla dottrina spirituale di Chiara. "La quale - dice - parlava poco e brevemente quando era viva sua sorella. Tuttavia dopo, per riguardo all'ufficio ricevuto, istruì le sue monache con discernimento e grandissima competenza". Istruì non solo le sue monache, ma anche i frati, i teologi, i predicatori, i giuristi, i vescovi, i dotti secolari, i peccatori, che nei diciassette anni del suo governo vennero al parlatorio del monastero, attratti dai fatti prodigiosi che si raccontavano di lei. Al dire di Berengario "Chiara nel modo di esporre la dottrina ebbe una virtù ammirabile, per cui si faceva intendere dalle menti più indurite e in virtù dello spirito, che in lei parlava, riusciva ad accendere il fuoco dell'amore e della divina dolcezza negli ascoltatori più freddi, in maniera che nessuno si stancava né si saziava di ascoltare i suoi discorsi ... E, dopo averla ascoltata, ritornavano alle loro case con la sete e il desiderio di dedicarsi alla vita spirituale."Di Chiara ebbero grandissima stima i cardinali Giacomo e Pietro Colonna, anch'essi inquieti e pieni di contrasti, e Napoleone Orsini, con i quali mantenne rapporti epistolari e dai quali riceveva spesso offerte che essa usava per i poveri. "La vita dell'anima è l'amore di Dio" diceva spesso Chiara, immersa in Dio con profonda umiltà. Per questo amore, a quarant'anni, aveva dato tutta se stessa. Già ammalata dagli inizi del secolo, nel luglio del 1308 fu costretta a letto. Il fratello l'aveva fatta inutilmente visitare qualche anno prima senza che i medici trovassero rimedio. Nel 1308 nel monastero prestava servizio il dottore Simone da Spello, il quale era molto preoccupato per i rapimenti mistici dell'ammalata: anche altri medici la visitarono, ma senza alcun risultato. Ella stava assorta in ascolto e in visioni interiori, di cui ogni tanto diceva qualcosa, senza che le monache e i medici capissero tanto. A volte la sua gioia era così grande che cantava: "tucti noi ci alegriamo e cantiamo Te Deum laudamus che Jesu mio me se revole." Più di una volta qualche monaca le tracciava un segno di croce, ma ella ripeteva: "Perché me segni sora?, Io ajo Jesu mio crucifisso entro lo core mio."L'ultima malattia e la morte di Chiara, cioè quel che fece e disse nei giorni 15, 16 e 17 agosto del 1308, sono stati trascritti con grande efficacia da Berengario. Egli si era portato a Montefalco dal 21 di quello stesso mese e per diversi anni fissò la sua residenza accanto al monastero della defunta abbadessa. Quanto ha scritto ha veramente dell'incredibile, tuttavia è difficile tacciarlo di ignoranza o di essere un visionario poiché era una persona colta e tutt'altro che sprovveduta dato che doveva assolvere l'incarico di inquisitore. Solo dopo aver visto di persona i fatti finì per trasformarsi in panegirista. Egli dunque ricorda che "nella festa dell'Assunzione della beata Vergine Maria, due giorni prima di morire, Chiara fece in modo che tutte le sue monache si riunissero accanto al suo letto e, istruendole e confortandole, tra le altre cose disse loro «Figlie e sorelle carissime, io raccomando tutte voi e la mia anima a Cristo Signore crocifisso. Vi pongo nelle mani di Dio, insieme con la cura, che ho avuto di voi. Siate umili, obbedienti, pazienti, unite nella carità e vivete in modo che il Signore sia lodato in voi e che non si perda il bene, che Dio ha fatto alle vostre anime». E terminata la sua esortazione, lunga e accalorata che infervorò molto le sue figlie, ricevette devotamente l'Estrema Unzione, che lei stessa aveva chiesto. Il giorno seguente, rapita in contemplazione, diceva: «Lasciatemi andare». Il medico, che era andato per visitarla le chiese: «Dove vuoi andare Chiara?» Lei gli rispose: «Al mio Signore». La mattina del sabato in cui lasciò questo mondo Chiara chiamò le religiose del monastero e col menzionato letto portatile si fece portare nell'oratorio, dove con grande letizia ... disse loro: «Ora non ho più nulla da dirvi. Voi state con Dio che io a Lui me ne vado». E detto questo, seduta sul letto e col tronco eretto esalò il suo spirito senza muovere le membra, né i sensi, l'affidò a Dio con tanta gioia, che all'uscita dell'anima non si avvertì nel corpo alcun segno di ansietà o di dolore. Fu ammirevole in verità quella separazione dell'anima dal corpo, che non fece alcun gesto che sogliono fare i moribondi: non torse la bocca né le labbra, non irrigidì gli occhi, il suo viso non impallidì, né le sue membra si sono rattrappite. C'è ancor di più: non inclinò il capo verso l'una o l'altra parte, ma con il suo colorito rosaceo, con gli occhi un po' elevati e senza indizio alcuno di dolore fece il suo trapasso. Chiara, vergine chiarissima, passò dalle tenebre di questo mondo allo splendore della gloria celestiale nell'anno del Signore 1308, il sabato 17 agosto, verso l'ora terza o poco prima ... Rimase seduta fino all'ora nona o poco più, tanto che dopo molte esperienze fatte dal medico, si poteva appena credere che fosse veramente morta. Solo dopo un lungo intervallo di tempo si vide che era venuta a mancare perché il suo corpo divenne pallido e freddo." Le monache decisero subito di conservare il corpo "degno del cielo". Per conseguire questo scopo le monache "più anziane" della comunità decisero di estrarle le interiora. L'episodio ha dell'incredibile ed è insolito nella agiografia del medioevo. Fu descritto minuziosamente da vari biografi, principalmente da Berengario, e venne confermato dai testimoni del processo per la sua beatificazione. Conosciamo anche i nomi delle religiose incaricate della "operazione": si chiamavano Francesca, Marina, Illuminata, Elena, Lucia, Caterina e Margherita. Le due ultime fuggirono terrorizzate appena videro suor Margherita da Foligno impugnare un gran coltello: con sorprendente audacia e senza alcuna competenza medica ella tagliò profondamente lungo la spina dorsale, mentre le cinque monache estrassero le viscere e il cervello, che furono sepolti in una brocca di terracotta presso l'altare della cappella. Il cuore con tre piccole pietre rotonde, che furono rinvenute nel sacchetto della bile, vennero invece custoditi in una scodella di legno. Come ultima operazione compressero il tronco del cadavere con una camiciola. Tutto ciò fu fatto nella notte del sabato in cui era morta Chiara.
Monastero di Montefalco
La sera della domenica seguente le monache aprirono il cuore per conservarlo e videro i "segni" della Passione, cioè la croce e il flagello. Della scoperta fu subito informato fra Francesco fratello di Chiara e il medico Simone da Spello. La notizia non poté essere nascosta e si propagò a tal punto che fra Pietro di Salomone il lunedì seguente dovette incamminarsi verso Spoleto per denunciare i fatti a Berengario, il Vicario della diocesi. Il martedì questi salì a Montefalco, convocò teologi, giuristi e medici per un esame del cuore. Essi conclusero che i "segni" non potevano essere né opera della natura né artificio umano. Anche l'autorità civile, prima in privato e poi in una pubblica riunione con tutti gli esperti, esaminò il cuore e stese un documento ufficiale. Berengario raccolse tutte le testimonianze e nella sua biografia questo episodio fu rigorosamente trattato così: "... fu aperto il cuore della vergine Chiara, nel quale si trovarono il tesoro della croce e tutti i segni della passione di Cristo, come lei stessa aveva predetto, benché le sue parole non fossero state bene intese ... C'erano, infatti, dentro il cuore di tale vergine, in forma di duri nervi di carne da una parte la croce, tre chiodi, la spugna e la canna; e dall'altra parte la colonna, la frusta o flagello con cinque capi di fune e la corona. Nel sacchetto del fiele non era rimasto del liquido, ma vi si trovavano tre pietre rotonde, in tutto uguali, di colore oscuro e a mio parere indefinibili ... che rappresentavano verosimilmente la Trinità ... Delle quali si sentenziò, dopo un lunghissimo esame di medici e periti nelle scienze naturali, che in nessun modo potevano essersi formate per virtù naturali, ma solo per potenza divina". Tali segni e le pietre furono visti e toccati molte volte anche da Berengario, "qui inspexi pluries et palpavi". Furono mostrati a migliaia di devoti e curiosi di Montefalco, del ducato di Spoleto e di altre regioni, vennero portati a Roma per volontà del cardinale Giacomo Colonna, che "li esaminò con diligenza e ripetute volte insieme con il cardinale Napoleone Orsini e con molte altre persone onorevoli e degne di fede". Purtroppo il tempo trascorso da allora, più di sei secoli e mezzo, non è passato invano e quei segni oggi sono confusi e non possono più impressionare come negli ultimi cinque mesi del 1308. Gli agiografi attuali sono perciò restii ad accettare quanto i documenti hanno tramandato e qualcuno parla di "tradizione leggendaria, dovuta a una fervente devozione e a nozioni molto imperfette di anatomia" (Bibl. SS 3, 1220). Si tratta di un duro giudizio che non rende giustizia alla verità storica. Qualunque sia l'interpretazione che si voglia dare di questo episodio, si tratta pur sempre di un fatto che rifletteva alla perfezione la nota caratteristica della spiritualità della santa di Montefalco e cioè la contemplazione assidua e il desiderio di condividere la Passione del Redentore. Illuminata da lunghissime e intense preghiere, purificata da una totale penitenza interiore ed esteriore, ella fu certamente guidata dallo Spirito Santo. Emanava infatti una forza spirituale a cui non era estraneo nemmeno il suo corpo e spesso così intensa che superava le distanze. Mistica eccezionale, spesso assorta nella contemplazione di Cristo e della Santissima Trinità, era tuttavia presente con tutta se stessa nella realtà in cui viveva. L'azione di Dio si manifestò allora in lei e continua a farlo al presente per suo merito e per i meriti di molte altre anime, che si sono santificate in quel monastero, la cui storia ormai supera i sette secoli.
19 agosto
SANT'EZECHIELE MORENO
1848 - 1906
Nobile figura di testimonio della fede vissuto nel XIX secolo. Ezechiele Moreno Dìaz nacque ad Alfaro, paesino dell'alta valle dell'Ebro, in provincia di Logroño, nella vecchia Castiglia. Era di modesta famiglia: il padre Felice Moreno, era il sarto del paese e viveva in affettuosa armonia con la moglie Giuseppina, educando cristianamente i cinque figli di cui Ezechiele era il terzo. Dopo aver seguito la modesta scuola locale, sulle orme del primogenito Eustachio, anche Ezechiele a quindici anni entrò nel monastero agostiniano di Monteagudo, nella Navarra, prendendo il nome di Ezechiele della Vergine del Rosario. Il giovane Ezechiele vi ebbe la sua prima formazione culturale e religiosa, vi svolse il noviziato, vi emise la prima professione di fede religiosa (22 settembre 1865), ma soprattutto vi pose le basi per la sua attività apostolica e per la sua santità. Prima ancora di aver terminato gli studi, assecondando la sua aspirazione missionaria, i superiori lo inviarono nelle Filippine (1870) e qui, a Manila, fu ordinato sacerdote il 3 giugno 1871. La sua attività missionaria, dopo un breve corso specifico svolto a Mindoro insieme a suo fratello P. Eustachio, fu entusiasta e febbrile, allargando il campo del Palawan, a Las Piñaa, a Santo Tomàs, a Santa Cruz. Poi di nuovo a Manila come parroco (1876) e predicatore conventuale. Gli ultimi anni in Asia li passò a dirigere la grande fattoria di Imus, alta opera a carattere religioso, missionario e sociale insieme. La dimostrazione pratica delle sue qualità organizzative indussero i superiori a richiamarlo in Spagna nel 1885 in un momento in cui le prospettive di una pace religiosa davano la speranza che la vita dei monasteri potesse essere rinnovata e incrementata. Fu destinato come superiore a Monteagudo. Nel 1888 placatasi la tempesta civile anche in Colombia, padre Ezechiele vi fu mandato come Priore Provinciale per riorganizzare la vita religiosa e le missioni tra gli Indios. Con altri confratelli inizia una vasta opera di evangelizzazione. Nel 1893 fonda la Missione di Casenare, ma poco appresso il papa Leone XIII lo nomina Vescovo della più vasta e impegnativa diocesi di Pasto che egli resse fino alla morte. "Dio e la Colombia" fu il suo motto, che riassume la sua instancabile attività svolta non soltanto all'affermazione dei valori religiosi, ma anche a quelli sociali per il bene di quelle popolazioni sfruttate e impoverite da coloro che ne volevano essere i colonizzatori. Dopo la sua morte ai colombiani piacque chiamarlo l'Apostolo della Colombia. Sentendosi prossimo alla fine chiese di ritornare al monastero di Monteagudo, che aveva tanto amato. Il 9 agosto 1906 morì. La sua tomba divenne subito un nuovo santuario e si cominciò a parlare di grazie e di miracoli. Nel 1925 fu introdotta la causa per la sua beatificazione che fu ratificata solennemente da Paolo VI nel 1975. Nel 1993 venne proclamato santo.
26 agosto
Santi LIBERATO, BONIFACIO E COMPAGNI martiri di Gafsa
IV secolo
Ricevuto il battesimo da Ambrogio, a Milano, nel 387 sant'Agostino e ritorna in Africa per mettere in atto il suo proposito di vita monastica. “Ricevuta la grazia battesimale - è il suo biografo Possidio che racconta - decise di tornare con altri concittadini e amici suoi, postisi come lui al servizio di Dio, in Africa, alla propria casa e ai propri campi. Là giunto, dopo essersi liberato dei suoi beni, vi dimorò circa tre anni, e viveva per Dio insieme a chi si era unito a lui, nel digiuno, nella preghiera, nelle opere buone, nelle meditazioni, di notte e di giorno, della legge del Signore. Anche quando divenne vescovo, nel 395, e poi per tutta la vita, visse da monaco, pur assillato dalle tante occupazioni pastorali e propagò con ogni mezzo la vita religiosa in tutta l'Africa cristiana. Alla sua morte, avvenuta nel 430, continua il biografo, "Agostino lasciò alla Chiesa monasteri maschili e femminili, pieni di servi e serve di Dio, con i loro superiori, insieme a biblioteche ben fornite di libri." Le invasioni dell'Africa romana prima da parte dei Vandali poi degli Arabi distrussero le fondazioni monastiche agostiniane. Fra i monasteri africani che l'Ordine considera di ispirazione fondamentalmente agostiniana, riveste una importanza particolare quello di Gafsa in Tunisia per il martirio dei suoi religiosi: Bonifacio diacono, Liberato abate, Severo, Rustico, Rogato, Settimio e Massimo monaci. In seguito all'editto emanato nel 484 dal re Unnerico che ordinava la consegna ai mori dei monasteri con i loro abitanti, i sette religiosi di quel monastero furono incarcerati e, dopo aver sopportato acerbe prove, vennero martirizzati a Cartagine, offrendo un grande esempio di fede e di unione fraterna. La loro celebrazione fu concessa all'Ordine il 6 giugno 1671e la memoria liturgica ricorre il 26 agosto.
27 agosto
SANTA MONICA
331 - 387
Monica è la mamma di S. Agostino. Senza la sua costanza, le sue lacrime, le sue preghiere, la sua passione per il figlio, la Chiesa e l'umanità oggi non avrebbero probabilmente quel gran santo che è stato Agostino. Nata nel 331 in una famiglia profondamente cattolica e andata sposa a Patrizio, che era pagano, Monica si trovò a vivere i problemi e le gioie quotidiane, i momenti più esaltanti e quelli più angoscianti di una donna qualsiasi. Conobbe l'amore e la maternità: ebbe due figli e una figlia. Ebbe a che fare con la difficile esperienza quotidiana di educare i figli. Subì con discrezione le infedeltà coniugali del marito, uomo tenero e sensibile, ma volubile e facile all'ira. Interferì con forza, con fierezza e una costante preoccupazione nella "carriera" del figlio Agostino. La morte del marito (Patrizio muore nel 371, un anno dopo essersi convertito al cristianesimo) le richiede il dovere di sostenere con il suo lavoro la famiglia, ma non abbandona mai gli interrogativi della fede personale e della fede da trasmettere ai propri figli. Constata amaramente il proprio fallimento di mamma cristiana, quando si vede ritornare a casa il figlio Agostino, professore sì, ma che ha rinunciato alla fede cristiana ... Con la sua esistenza grandiosa e travagliata Monica è ancora oggi un esempio a tutte le donne e mamme di famiglia che si dibattono in problemi personali, coniugali, familiari e di fede. Mentre da una parte bussa con insistenti preghiere e calde lacrime al cuore di Dio, Monica mette in atto ogni mezzo che gli suggeriscono l'istinto e l'amore materno, per far rinascere in Agostino la fede. Il momento più bello della sua vita lo vive nella notte del 24 aprile del 387, quando il figlio Agostino riceve il battesimo da S. Ambrogio, a Milano. La sua fede e la sua costanza meritano però da Dio qualcosa di più: Agostino non solo diventa cattolico, ma decide di consacrarsi totalmente a Dio. "Che resto a fare ancora quaggiù? Il Signore mi ha concesso più di quanto gli chiedevo", mormora Monica estasiata, in un momento di intimo colloquio spirituale con il figlio, affacciati tutti e due ad una finestra di Ostia Tiberina in un lucente tramonto autunnale. Pochi giorni dopo, a 56 anni, la sua vita si spegne al tempo per andare a brillare in cielo. La sua più bella commemorazione è di Agostino: "Era la serva dei tuoi servi. Chiunque di loro la conosceva, trovava in lei motivo per lodarti, onorarti e amarti grandemente, avvertendo la tua presenza nel suo cuore dalla testimonianza dei frutti di una condotta santa. Era stata sposa di un solo uomo, aveva ripagato il suo debito ai genitori, aveva governato santamente la sua casa, aveva la testimonianza delle buone opere, aveva allevato i suoi figli partorendoli tante volte, quante li vedeva allontanarsi da te."
(Agostino - Confessioni 10, 22)
28 agosto
AGOSTINO D'IPPONA
Questo nome evoca quanto di più grande ha espresso il genio di un uomo, osservatore acuto delle cose di Dio e dell'uomo. Agostino non è soltanto una delle voci più originali e brillanti della storia, è la figura che condensa in sè la sintesi della cultura e delle esperienze umane. La sua intelligenza spazia in ogni campo dello scibile umano; il suo pensiero domina lo scorrere dei secoli, perché ha il dono di anticipare i tempi. L'ottica di Agostino non è mai esclusivamente personale. Egli parla in diretta all'uomo in quanto uomo, perché ha saputo trasformare il dramma individuale in un dono di grazia e in una missione. La sua traversata nel grande profondo dell'uomo e della vita umana assurge a simbolo esemplare della vicenda irripetibile di ogni uomo. Agostino ha aperto la strada. Ora è accanto a noi mentre percorriamo la nostra vicenda esistenziale con la stessa ansia di verità e di certezza. S. Agostino fu il più grande filosofo della patristica. Egli nacque a Tagaste, in Africa, nel 354, da Patrizio pagano, che si convertì al Cristianesimo su letto di morte, e da Monica cristiana, poi santificata dalla chiesa. Studiò retorica a Madaura e a Cartagine, e insegnò la medesima disciplina a Roma e Milano. Temperamento profondamente passionale, condusse una giovinezza piuttosto dissipata; ma poi, dopo laboriose peripezie di pensiero e di cuore, che si possono distinguere in quattro tappe (lettura dell'Ortensio di Cicerone, contenente un'appassionata apostrofe alla filosofia, il Manicheismo , lo Scetticismo accademico e il Neoplatonismo), fu commosso dalle prediche di S. Ambrogio a Milano, e, ritiratosi a Cassago in Brianza, si convertì al Cristianesimo (386). Ritornato a Tagaste, fu creato prete, e quindi vescovo di Ipponia; come tale badò a difendere l'unità della dottrina e della Chiesa cristiana contro le eresie dei pelagiani e dei donatisti, tanto che nel primo trentennio del secolo V tutto il mondo cristiano d'Occidente sembra far capo a lui come centro di irradiazione delle idee ortodosse. Morì nel 430, mentre Genserico, a capo di un esercito di Vandali, dopo aver invaso la Numidia, poneva l'assedio a Ipponia.
4 settembre
MADONNA DELLA CONSOLAZIONE detta anche DELLA CINTURA
di Agostino Trapé O.S.A.
Questo titolo nella sua duplice formulazione, che ne fissa anche la impostazione e la tradizione iconografica, dice riferimento alla materna tenerezza di Maria nei confronti di S. Agostino e di S. Monica e, attraverso loro, di tutto l'Ordine Agostiniano, oltre che all'abito proprio degli Agostiniani, raccolto ai fianchi da una cintura di cuoio. L'origine è da collegare a una tradizione riconducibile al secolo quindicesimo, epoca in cui gli Agostiniani stavano fissando i termini della loro devozione a Maria. Un testo - formatosi verso il sec. XVI e che va letto con i criteri della valutazione simbolica e di una nota tradizione devozionale - va ricordato perché offre inequivocabili elementi di valutazione e di riferimento a fatti obiettivi della storia e della vita religiosa. Si narra che S. Monica nella sua afflizione per la perdita del marito Patrizio e per il disorientamento spirituale del figlio Agostino, si rivolge alla Madonna per trovare in lei conforto e consolazione e per avere una risposta che può sembrare curiosa ma che indica contemporaneamente l'intento ideale della narrazione. Monica infatti chiede a Maria in che modo si sarebbe vestita dopo la morte di S. Giuseppe. I connotati di lutto e di afflizione ma anche di nuova realtà esistenziale considerati nell'abito sono ben evidenti. La Madonna accondiscende benevolmente al desiderio di Monica apparendole vestita di abito nero, raccolto ai fianchi da una cinta di cuoio, invitandola a vestirsi in modo simile e assicurandole che quanti l'avessero imitata avrebbero avuto garanzia della sua protezione e consolazione (altro elemento che dice riferimento al devoto proselitismo). Ovviamente, una volta che Agostino fece proprio il proposito di consacrarsi al Signore si sarebbe adeguato con i suoi a questa stessa indicazione. Abbiamo riscontro che fatti relativi all'abito nero e alla cintura di cuoio per gli Agostiniani sono registrati fin dal 1253 sotto Innocenzo IV e nel 1255 con Alessandro IV. E' chiaro che la lettura di detta tradizione - ben connotata da elementi religiosi, devozionali e di interesse di gruppo - va intesa tenendo presente la situazione storica: gli Agostiniani, organizzati nel 1256 con le caratteristiche di Ordine mendicante e di fraternità apostolica, tendono a nobilitare la propria tonaca fino a farla risalire a una apparizione e disposizione della stessa Vergine Maria, come d'altronde vantano, con altrettante tradizioni, gli altri grandi Ordini. Alcune date ci sono di aiuto per rintracciare nella storia elementi che testimoniano, attraverso la realtà e il simbolo della "cintura" aspetti di vitalità dell'Ordine e il suo rapporto con Maria. Già nel secolo XV tra gli Agostiniani del Nord Italia era venerato il titolo di Nostra Signora della Consolazione. Nel 1473 a Genova sorgeva una Congregazione di Osservanza con il titolo Santa Maria della Consolazione. Nel secolo XV esisteva anche una Confraternita della Consolazione che si affermò fortemente nella nostra chiesa di S. Giacomo Maggiore a Bologna. Nel 1439 Andrea Montecchio, vescovo di Osimo e Vicario Generale di Eugenio IV, il 14 agosto emanava il Decreto Solet pastoralis sedes, con il quale si approvava la fondazione della Confraternita dei Cinturati: il Priore Generale dell'Ordine, Gerardo da Rimini (+1443), ebbe confermata la facoltà di istituire confraternite della cintura tanto per gruppi maschili che femminili. Nel 1575 si consoliderà ancor più il titolo di Nostra Signora della Consolazione quando la Confraternita esistente a Bologna si fuse con la Confraternita dei Cinturati di S. Agostino, pure a Bologna, dando origine all'Arciconfraternita dei Cinturati di S. Agostino e di S. Monica sotto l'invocazione di Nostra Signora della Consolazione. Nel 1576 Papa Gregorio XIII dispose che l'Arciconfraternita bolognese potesse aggregare a sé ogni Confraternita che sorgesse in qualsiasi altro luogo e nel 1579 stabilì che fosse il Priore Generale dell'Ordine Agostiniano a emettere il documento di aggregazione, favorendo l'associazione di molti privilegi e abbondanza di indulgenze. Lungo il secolo XVIII si assiste a una grande diffusione di Confraternite aggregate a quella di Bologna, sparse in Italia, Europa e anche fuori. Nel 1922 la sede dell'Arciconfraternita viene trasferita nella chiesa di S. Agostino in Roma. In questo nostro secolo le diffuse Confraternite presso quasi tutte le nostre chiese hanno subìto un affievolimento dovuto a mancata animazione interna e a una carente capacità di inserirle all'interno della forte impostazione del nuovo impegno dei laici e dei movimenti ecclesiali. Recentemente sono emersi segni di ripresa per recuperare l'autentica tradizione di spiritualità agostiniana contenuta in questa associazione.
Scheda iconografica
Lo schema iconografico più affermato è quello che si sviluppa su elementi che evidenziano con immediatezza il simbolo della cintura intesa come parte che completa l'abito religioso. La Madonna siede al centro in trono con in braccio il bambino, ai lati sono in ginocchio e in devoto atteggiamento di accogliere il dono S. Agostino, normalmente alla destra, il quale riceve la cintura dalla Vergine, e S. Monica, alla sinistra, che la riceve dal Bambino Gesù. Alcune varianti ricorrono sovente: gli angeli che sovrastano la Madonna e che tengono altre cinture da distribuire, intendendo la volontà di estendere questo segno ai seguaci e ai devoti del Santo; oppure nello sfondo è inserita la presenza di altri santi, per lo più agostiniani, come S. Nicola, S. Rita o altri. L'impostazione iconografica è quella che si rifà al modello della Madonna di Pompei dove però l'elemento dono è il Rosario. Altre volte, meno frequente nei dipinti, ma più diffuso nelle sculture e nelle immaginette popolari (santini), si ha soltanto la Madonna in piedi, col Bambino o senza, che lascia pendere dalla mano la cintura di cuoio. Tutte le chiese agostiniane in passato avevano un altare con un quadro o una statua in riferimento a questo titolo, e le varie Confraternite si onoravano di avere il loro stendardo processionale con l'immagine della Madonna della Consolazione o con un ornato stemma agostiniano completato in modo molto evidente dalla Cintura.
Nota liturgica
Quanto all'espressione liturgica del culto alla Madonna della Consolazione abbiamo come prima annotazione la data del 1575 che iniziò la consuetudine di celebrarne la festa nella prima domenica di Avvento; allora fu il Papa stesso con il suo seguito a presenziare alla processione in onore della Madonna. In seguito, anche per ovvi motivi di opportunità liturgica, la Sede Apostolica fissò la festa alla prima domenica dopo la solennità del S. P. Agostino e nel 1914 si dispose che la festa si celebrasse il sabato immediatamente successivo alla solennità del S. P. Agostino. Già nel 1724 gli Agostiniani di Spagna ottennero per la loro nazione una maggiore solennità ottenendo la qualifica di "doppio di prima classe", cosa che nel 1805, per richiesta del Sacrista Pontificio Ven. Mons. Giuseppe Bartolomeo Menochio osa., fu estesa a tutto l'Ordine Agostiniano. L'Ufficio e la Messa propria di questo titolo mariano furono riformati sotto il pontificato di S. Pio X. La festa della Madonna della Consolazione comportava anche la solenne processione dei Religiosi Agostiniani e dei Cinturati, i quali riaffermavano la loro devozione con la processione che si ripeteva ogni quarta domenica del mese. La stessa pietà quotidiana era segnata nel nostro Ordine da questa particolare devozione in quanto tutti, religiosi, professi e confratelli laici avevano il dovere di recitare la celebre "Coroncina della Madonna della Consolazione". Nell'attuale Calendario e Messale Agostiniano la festa è fissata per il 4 settembre. Il nuovo Rituale OSA prevede il titolo e la particolare devozione della Coroncina nella nuova forma dove l'enunciato degli articoli del Credo è seguito da tre testi alternativi di commento presi dagli scritti del S. P. Agostino. Il titolo della Madonna della Consolazione, con Messa propria presa dal nostro Messale, è inserito (n. 41, p. 133) nel Messale Mariano emanato dalla CEI nel 1987.
TESTI LITURGICI
LA CORONCINA DELLA SACRA CINTURA
E' la formula classica e tradizionalmente radicata nell'Ordine Agostiniano per onorare la Madonna della Consolazione. Ricca di particolari indulgenze concesse via via dai Sommi Pontefici, essa consiste nel recitare per 13 volte il Padre nostro e l'Ave Maria concludendo con la Salve Regina. I singoli Padre nostro e Ave Maria erano introdotti da un articolo del Credo seguito da un "Consideriamo..." e una breve supplica a Maria: "Vergine santissima aiutateci... !" (questa parte poteva essere omessa e si indicava così la formula ridotta prevista dal Rituale). Interessante appare, nei suoi elementi richiamanti, la fede cristiana e la specifica devozione "agostiniana", l'introduzione che il Rituale del 1930 premetteva (a p. 50): "Reciteremo tredici Pater ed Ave in memoria e venerazione di nostro Signore Gesù Cristo e dei dodici Apostoli, i quali composero il Credo, ricordando in essi i misteri della Santa Fede. Imploriamo, adunque, per essere esauditi, l'aiuto della B. V. Maria, Madre di Consolazione, del Padre Sant'Agostino e della Madre Santa Monica". Terminati gli articoli del Credo, si recitava la preghiera per la Chiesa e per la società, per i vivi e per i defunti; seguivano la Salve Regina, le Litanie lauretane, l'antifona Sub tuum praesidium, l'invocazione alla Madonna della Consolazione, a S. Agostino e S. Monica e si terminava con un duplice Oremus: il primo con riferimenti alla Madonna della Grazia, collegato solitamente all'antifona Ave Regina coelorum, Mater regis angelorum ...; il secondo, proprio del titolo della Consolazione. Questa pratica caratterizzò nel nostro secolo la pietà mariana dei religiosi agostiniani e dei laici appartenenti al Terz'Ordine. Il nuovo Rituale dell'Ordine, emanato nel 1986, a p. 80 ne propone la nuova formula consistente nell'enunciazione dei 12 articoli del Credo, seguiti da un testo (da scegliersi su tre) di commento preso dagli scritti del S. P. Agostino; quindi si propone una pausa di silenzio e la recita dell'Ave Maria. La conclusione prevede la recita della Salve Regina e il tradizionale Oremus dal Proprio della Madonna della Consolazione.
6 settembre
ANGELO DA FOLIGNO
1226 - 1312
Il beato Angelo, un sacerdote agostiniano, nacque a Foligno nel 1226 dalla nobile famiglia dei Conti. Fra il 1293 e il 1297 lo si ritrova a Gubbio. Uomo di grande pietà, dopo la grande unione dell’Ordine Agostiniano nel 1256, fondò diversi conventi agostiniani nel centro Italia tra i quali va ricordato quello di Convento di Sant'Agostino nella sua città natale di Foligno. Nel corso della sua vita di apostolato monastico si distinse per la pazienza, lo spirito d’orazione, la mortificazione cui sottoponeva se stesso e la singolare pietà. La morte lo colse a Foligno il 27 agosto 1312. Papa Leone XIII ne approvò il culto nel 1881. Le sue spoglie riposano nella chiesa di sant'Agostino a Foligno e la sua memoria liturgica ricorre il 6 settembre.
10 settembre
SAN NICOLA DA TOLENTINO
1245-1305
di Pietro Bellini O.S.A.
San Nicola è spesso raffigurato con una stella sul petto. Nicola, nato a sant'Angelo in Pontano e vissuto per 30 anni a Tolentino, è il primo grande frutto di santità dell'Ordine agostiniano. Nel 1256, l'anno della Grande Unione, Nicola aveva 11 anni e poco più tardi avrebbe abbracciato la vita religiosa. L'austerità di vita, la preghiera incessante, la penitenza volontaria, la perfetta vita comune, unite ad una squisita carità e delicatezza verso tutti, ad una sincera e profonda sensibilità per le miserie materiali e spirituali degli uomini, sono tratti caratteristici della sua santità. E' invocato come taumaturgo per la sua efficace intercessione presso Dio, protettore delle anime del Purgatorio, patrono contro la peste e gli incendi. Dalla sua tenera devozione alla Madre di Dio hanno avuto origine i "panini di S. Nicola." L'iconografia del santo esprime in forme molto varie queste caratteristiche. La sua figura slanciata e esile, il volto sorridente e compassionevole, lo sguardo sereno e dolce, così come ce lo presentano le pitture giottesche, di poco posteriori alla sua morte, ci rivelano la sua personalità e ce lo fanno sentire come un fratello che stimola, incoraggia ed aiuta a seguirlo nella via da lui percorsa. La famiglia agostiniana ha visto in S. Nicola un modello pienamente riuscito della sua spiritualità . Nicola ha realizzato infatti l'intento che si era proposto la S. Sede con la decisione di riunire i vari gruppi eremitici in un unico Ordine: quello di offrire una sintesi fra contemplazione e apostolato, fra ricerca di Dio e partecipazione ai problemi umani; quello di far sì che la vita religiosa diventasse fermento di vita cristiana per il popolo di Dio. "Per i mesti era gioia, consolazione per gli afflitti, pace per quelli che erano divisi, riposo per gli stanchi, aiuto per i poveri, rimedio singolare per i prigionieri e per i malati. Provava tanta compassione per i peccatori che pregava, digiunava, celebrava le messe e piangeva davanti a Dio per i molti che si confessavano da lui, perchè venissero liberati dalle tenebre dei peccati." (Giordano di Sassonia)
La sua morte fu un'apoteosi. Venti anni dopo, nel 1325, ebbe inizio il processo di canonizzazione. Gli atti, con la deposizione di 371 testi, furono presentati al papa nel 1326, ma la solenne canonizzazione avvenne soltanto nel 1446.
Le sue spoglie sono custodite nel Santuario di Tolentino.
19 settembre
SANT'ALFONSO DI OROZCO
1500 - 1591
Il beato Alfonso da Orozco è stato proclamato santo nel concistoro del 26 febbraio 2002 e canonizzato il 19 maggio dello stesso anno. Nato il 17 ottobre 1500 a Oropesa (in provincia di Toledo) da una nobile famiglia profondamente cristiana, Alfonso frequenta l'Università di Salamanca e qui incontra un grande predicatore e santo, l'agostiniano Tommaso da Villanova: quando entra nel convento di Salamanca, fra Tommaso, divenuto priore, riceve la sua professione e di fra Tommaso in seguito Alfonso pronuncerà l'elogio funebre. La morte del fratello, entrato insieme a lui in convento, provoca in Alfonso una serie di sofferenze fisiche e morali, che durano per una trentina d'anni. Ordinato sacerdote nel 1527, viene destinato al ministero della predicazione. Ricopre numerosi uffici: priore in vari conventi, consigliere provinciale e visitatore. Sente forte la vocazione missionaria ma la malattia gli impedisce di raggiungere la missione del Messico. Priore di Valladolid, viene nominato predicatore reale. Nonostante gli onori di cui è circondato, vive nella più assoluta povertà ed austerità. Visita gli ammalati negli ospedali, i carcerati, aiuta con tutti i mezzi gli indigenti. Preghiera e studio sono i principali impegni. Sollecitato in sogno dalla Madonna, inizia a scrivere: numerose le opere in latino e in volgare, scritte con grande semplicità e dense di spiritualità. Mosso da un desiderio di riforma interna del suo Ordine, fonda diversi monasteri sia maschili che femminili. Muore il 19 settembre 1591 in seguito ad una forte febbre. Nel corso della malattia riceve la visita di illustri personaggi, tra i quali il re Filippo II. Papa Leone XIII lo proclama beato il 15 gennaio 1882. Il beato Alfonso ebbe una forte devozione alla passione di Cristo, all'Eucarestia e alla Madonna. Profondamente legato allo spirito della vita religiosa, la visse con grande coerenza e si adoperò per riformarla. Fu un instancabile apostolo sia con la predicazione che con i libri. Nonostante la frequentazione delle famiglie nobili, si diede anima e corpo all'assistenza dei più poveri.
28 settembre
I MARTIRI GIAPPONESI
Giovanni Shozaburo
(1610 - 1637)
I primi missionari agostiniani giunsero in Giappone nel 1602. Il terreno prometteva un buon raccolto tanto che di giorno in giorno aumentavano i frutti della messe. Le conversioni si moltiplicavano. La vita agostiniana attraeva i nativi al punto tale che esistevano già religiosi; terziari e cinturati. Improvvisamente però scoppiò una persecuzione che rese vane tutte le speranze. Padre Tommaso Jihioye, agostiniano giapponese ebbe una vita avventurosa per Cristo. Con il nome di battaglia di "Kintsuba" per cinque anni tiene in scacco i soldati dell'imperatore che lo cercavano per catturarlo, perché sacerdote cattolico. Fugge di comunità in comunità, di casa in casa, nascondendosi di giorno, viaggiando di notte; amministra i sacramenti, incoraggia i cristiani, con zelo, audacia e astuzia. Catturato nel 1636, viene sottoposto a raffinate e crudeli torture; gli promettono vita e libertà in cambio dell'apostasia. Non accetta. Muore a 35 anni sotto i tormenti, da eroe. Maddalena, era una fragile e graziosa ragazza di Nagasaki. I suoi genitori furono martirizzati per la fede. Si consacra a Dio come terziaria agostiniana, guidata spiritualmente dai missionari agostiniani recolletti Francesco Terrero e Vincenzo Simoens. Dopo il martirio dei due missionari, nel 1632, continua ad assistere i cristiani come catechista, nascondendosi sui monti. Nel settembre del 1634, per dare esempio di coraggio ai cristiani vacillanti, si presenta spontaneamente alle autorità, confessandosi cristiana. Torturata crudelmente, inamovibile nella fede, viene appesa ad un patibolo dove muore dopo 13 giorni di sofferenze. Ha 23 anni. Jihjoye e Maddalena sono due dei tanti martiri agostiniani che nel sec. XVII morirono per testimoniare la loro fede in Giappone. Iniziate da san Francesco Saverio, le missioni cattoliche in Giappone stavano raccogliendo grandi frutti. I missionari gesuiti, francescani, domenicani e agostiniani avevano creato numerose comunità cristiane. Ma verso la fine del 1500 e fino alla metà del Seicento vennero scatenate terribili persecuzioni contro i cristiani. Per la sua generalità e la crudeltà delle torture questa persecuzione è stata forse peggiore di quella dei primi secoli della Chiesa. Centinaia furono i cristiani (sacerdoti, religiosi dei diversi Ordini religiosi che lavoravano in Giappone, semplici fedeli) che diedero la loro vita per la fede. I santi martiri giapponesi furono beatificati tutti insieme nel 1867 da Pio IX e sono ricordati il 28 settembre. Non furono però soli a subire il martirio: altri membri dell'Ordine vennero martirizzati con loro. La loro festa testimonia l'internazionalità dell'Ordine agostiniano (Spagna, Giappone, Messico e Portogallo).
I martiri agostiniani di quel secolo sono i seguenti:
1610: P. Giovanni Damarín e P. Francesco de Osorio vengono assassinati nel porto di Nagasaki. Padre Pietro de Montejo muore prigioniero su una nave olandese, prima di essere consegnato ai giapponesi. Viene ucciso anche Luigi Michoa, un fratello agostiniano.
1617: Vengono decapitati Padre Ferdinando de Ayala e il giapponese Andrea Yoshida, presidente della Confraternita della Cintura di Nagasaki.
1622: Vengono bruciati a fuoco lento Padre Pietro de Zúñiga e il giapponese Gioacchino Hiroyama, quest'ultimo per aver aiutato il Padre Pietro.
1630: Sono decapitati 6 oblati e terziari agostiniani giapponesi.
1632: Muoiono bruciati a fuoco lento i Padri Bartolomeo Gutiérrez, Vincenzo Simoens, Francesco Terrero, Martino Lumbreras e Melchiorre Sánchez.
1633: Viene ucciso Padre Francesco Correia.
1634: Viene martirizzata Maddalena da Nagasaki, terziaria agostiniana giapponese.
1636: Viene ucciso Padre Tommaso Jihioye detto Kintsuba. In questo stesso anno ben 637 terziari agostiniani giapponesi seguirono Kintsuba nel martirio.
1637: L'ultimo in ordine di tempo a dare la vita a Cristo fu Padre Michele di san Giuseppe, agostiniano giapponese.
5 ottobre
SANTE DA CORI
(... - 1392)
Sacerdote agostiniano, il beato Sante nacque a Cori, nel Lazio, nella prima metà del 1300. Entrato da giovane fra gli agostiniani nel locale convento di sant'Agostino, ne divenne più tardi il Priore e si distinse per la sua dote di ardente predicatore e per il profondo spirito di penitenza. Di lui ci ha lasciato un breve, ma vivace, elogio il suo famoso concittadino Ambrogio Massari, che fu Priore Generale dell'Ordine agostiniano dal 1476 al 1485 e che a 1ui era imparentato. Morì nel 1392. Venerato dal popolo, il suo culto fu approvato da Leone XIII il primo febbraio 1888 e la sua memoria liturgica ricorre il 5 ottobre.
9 ottobre
Beato Antonio Patrizi
A Monticiano presso Siena, beato
Antonio Patrizi, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di
Sant’Agostino, che fu vero amante dei fratelli e del
prossimo. L’Italia è il primo paese occidentale ove il
cristianesimo ha trovato sin dagli albori terreno fertile ove
attecchire e portare copiosi frutti di santità. Purtroppo questo
grande patrimonio di testimonianza e fedeltà a Cristo è spesso
sconosciuto e soprattutto ai giorni nostri è a rischio di cadere
nell’oblio più assoluto. Parecchi personaggi medioevali, per i
quali la Chiesa si è premurata di ufficializzare il
riconoscimento della loro santità, sono oggi dimenticati o
comunque il loro culto è ormai limitati alla chiesa o al paese
ove riposano le loro spoglie.
E’ questo il caso anche del Beato Antonio Patrizi di Montigiano,
cui poche ed incerte sono le notizie sulla sua vita. Nato a
Siena verso la prima metà del XIII secolo da una nobile
famiglia, entrò nell’eremo agostiniano di Lecceto, per poi
passare a Monticiano ove morì all’inizio del secolo seguente,
forse verso il 1311. Solo una volta si era concesso una pausa
recandosi in visita all’amico e confratello Pietro nel vicino
eremo di Camerata.
Due anni dopo la morte i suoi resti furono traslati dal cimitero
comune per essere collocati in un’urna lignea sotto un altare.
Altre traslazione pare avvennero nel 1616 e nel 1700. Sin dal
1313 esistette una confraternita intitolata al beato, il cui
culto fu confermato solo nel 1804 dal pontefice Pio VII.
10 ottobre
San TOMMASO da VILLANOVA
1486-1555
Eremitano di S. Agostino e arcivescovo di Valenza, fu scrittore ascetico. Nacque a Fuenllana in Spagna nel 1486 da genitori caritatevoli e religiosi da cui ereditò un grande amore per i poveri. Da Villanueva de Los Infantes, città dove andò a vivere la sua famiglia e da cui prenderà poi il nome, a soli quindici anni fu mandato a studiare all'Università di Alcalà dove, nel 1509, ottenne il titolo di maestro di logica, fisica e metafisica. Per tre anni seguì il corso di teologia, interrompendolo per reggere la cattedra di logica (1512-1516). I 15 anni di permnanenza ad Alcalà imprimeranno una profonda impronta umanistica al resto della sua vita. Nel 1516 va a Salamanca per professare nell'Ordine agostiniano. Divenne sacerdote nel 1518 a 32 anni. I suoi superiori ben presto scoprono le sue doti. Ricoprì ripetutamente la carica di priore: a Salamanca (1519-1521 e poi dal 1523 al 1525), visitatore della Provincia di Castiglia (1525-1527), provinciale della Provincia di Andalusia (1527-1529) e Castiglia (1534-1537), priore di Burgos (1531-1534 e ancora dal 1541 al 1544) . Dopo un primo rifiuto dell'arcivescovado di Granada (1542), fu costretto per obbedienza ad accettare la proposta di Carlo V ad arcivescovo di Valencia, dove si distinse per zelo pastorale e carità fattiva, verso i poveri, gli ammalati, i bisognosi d'ogni genere, fondando collegi per studenti e giovanette povere. Valencia si trovava in una condizione spirituale deplorevole: più di un secolo senza un vescovo residente, molti chierici in situazione irregolare, moreschi agitati. Tommaso, per prima cosa, dirige i suoi sforzi alla ricristinanizzazione della diocesi. Per formare un clero capace di dare con la sua vita una testimonianza autentica, fonda il collegio-seminario della Presentazione (1550). Convoca un sinodo e visita tutte le parrocchie, agendo con mano energica e paterna. Tra le sue opere pastorali, due meritano di essere ricordate: l'assistenza ai poveri e l'evangelizzazione dei moreschi. Si adoperò per il riscatto dei prigionieri: per tutte queste opere prodigò tutti i suoi averi. La riuscita attività in favore del gregge che gli era stato affidato e la sua erudizione fecero di lui uno degli uomini più rispettati del tempo e immagine del vescovo ideale. Lasciò vari scritti, tra i quali il celebre Sermòn del amor de Dios. Con la santità e l'austerità della vita la sua dottrina precorse la Riforma Tridentina in Spagna. Morì a Valencia nel 1555. Fu beatificato nel 1618 e Alessandro VII lo ha canonizzato nel 1658. I suoi resti mortali sono esposti alla venerazione nella cattedrale di Valencia.
11 ottobre
Beato ELIA DEL SOCCORSO NIEVES
(1882 - 1928)
di Ferdinando Rojo
Matteo Elia Nieves nacque a Yuriria (Guanajuato - Messico). Figlio di modesti agricoltori, presto manifestò il desiderio di diventare sacerdote, ma all'età di 12 anni suo padre fu ucciso dai ladri e si vide costretto ad abbandonare gli studi per poter contribuire al mantenimento della famiglia. Nel 1904, nonostante la sua scarsa preparazione e la sua età adulta, ottenne l'ammissione nel collegio agostiniano di Yuriria. Le difficoltà derivanti dagli studi seminaristici iniziati all'età di 21 anni, dalla mancanza di mezzi economici e dalla sua debole costituzione fisica furono superate con sforzo e coraggio. In riconoscenza dell'aiuto ricevuto dall'alto in tanti momenti della sua vita, e mosso dalla sua filiale devozione a Maria, nel momento di emettere i voti religiosi nel 1911, cambiò il nome in Elia del Soccorso. Sacerdote dal 1916, praticò il ministero in diverse località, fino a quando, nel 1921, fu nominato vicario parrocchiale di La Canada de Caracheo (Gto.) In questo centro, di scarse risorse economiche, sprovvisto di servizi sanitari e di scuola pubblica, non si limitò all'assistenza spirituale del suo gregge. Avendo conosciuto da piccolo il lavoro manuale e l'indigenza, non gli pesarono né le privazioni né la povertà, condividendole con animo generoso e fiducia nella Provvidenza. Fu proprio in questi anni che nacque il movimento popolare dei cristeros. Il P. Nieves si tenne lontano da questo fenomeno rivoluzionario, e quando alla fine del 1926 si arrivò all'effettiva persecuzione della chiesa, nonostante il suo carattere timido, invece di obbedire all'ordine governativo di risiedere nelle città, si stabilì in una grotta d'un vicino colle, assicurando così ai suoi fedeli l'assistenza religiosa. Questa clandestinità forzata portata avanti per 14 mesi finì la mattina in cui si scontrò con un distaccamento di soldati, i quali, sotto il vestito bianco di contadino intravidero quello scuro usato nel ministero pastorale notturno. Interrogato, dichiarò la sua condizione di sacerdote e fu arrestato insieme ai due rancheros che si offrirono di accompagnarlo. La mattina del 10 marzo 1928 militari e prigionieri si misero in cammino in direzione del piccolo centro urbano di Cortazar. Alla prima tappa il capitano diede l'ordine di passare alle armi i due accompagnatori. Nella seguente fermata, già vicini al paese, il capitano disse al Padre: Adesso tocca a Voi, vediamo se morire è come celebrare la Messa. Il P. Nieves chiese un momento di raccoglimento, diede la benedizione ai soldati e iniziò la recita del credo mentre preparavano le armi per fucilarlo. Le sue ultime parole furono: Viva Cristo Re. I suoi resti riposano nella chiesa parrocchiale de la Canada (Gto.). Fu solennemente beatificato il 12 ottobre 1997. Il Padre Elias del Socorro Nieves è stato beatificato come martire il 12 ottobre scorso. Che cosa dire dei martiri ? Certo la forza della loro testimonianza si condensa tutta nella loro ora, della quale il Vangelo stesso garantisce che viene gestita in coproduzione speciale con lo Spirito Santo. Tuttavia la vita del P. Nieves è già fin dall'inizio tutta un cammino convinto e sicuro verso la santità. Nato nel 1882 da famiglia molto religiosa, ma molto povera, dovette tardare a entrare tra gli Agostiniani, come ardentemente desiderava, sia per motivi di salute che per motivi di questa povertà. Per questo arrivò ad essere sacerdote solo nel 1916, a 34 anni. Dopo le sue prime esperienze pastorali, gli fu affidato il vicariato alla Canada de Caracheo, una borgata dove la miseria si tagliava a fette. Lì egli ha svolto la sua breve ma intensa vita di sacerdote facendosi a pezzi per i suoi parrocchiani per infondere in essi il conforto e la speranza cristiana e, se possibile, per procurare un boccone da mettere dentro quelle pance vuote; condividendone comunque tutti i disagi e le sofferenze. Ma il Messico stava vivendo uno dei momenti più tragici della sua tragica storia. Uscito, come Dio aveva voluto, dallo sfruttamento bieco degli Spagnoli con la guerra di indipendenza del 1822, non era mai riuscito a incamminarsi verso una vera unità nazionale. Le nazioni ricche, che accampavano enormi diritti per concessioni sul petrolio e altre risorse del sottosuolo, fomentavano, come al solito, ogni possibile divisione interna, a cui facevano da cassa di risonanza i grandi ricconi dell'interno, i latifondisti e, purtroppo, anche degli ecclesiastici di alto rango, tutti accaniti nella difesa dei loro antichi privilegi. Contro tutti costoro perciò il clima era fortemente acceso e guasto, sfociando anche in forme di duro anticlericalismo di cui spesso facevano le spese i poveri preti che stavano in mezzo alla gente povera. Non c'era in pratica un vero potere centrale, una sicurezza del diritto, una speranza di appello e di giustizia. Chiunque avesse avuto modo di arruolare gente e di ammassare armi faceva la legge, anzi era la legge. Odi, rivalità, lotte incrociate e senza quartiere esplodevano come le bolle in una massa di magma incandescente. La paura di tutti era che un giorno o l'altro potesse arrivare, magari nel più piccolo centro sperduto nelle campagne, un gruppo di quella gente. E infatti arrivò anche a Canada de Caracheo. Il 7 marzo 1928 ... Ma già da un paio d'anni il governo aveva emanato drastiche disposizioni allo scopo di impedire qualsiasi attività religiosa che non fosse sotto il controllo diretto dell'autorità civile. Disposizioni che in genere non venivano osservate, però permettevano qualunque eccesso a chi aveva il dente avvelenato contro la religione. In genere la vita religiosa continuava più o meno normalmente, ma nel clima di grossi rischi. Ognuno ce lo sapeva. Andava bene finché andava bene, ma se qualcosa si inceppava, erano guai. Il P. Elia, per prudenza, si nascose in una grotta tra quei monti. Grotta da eremita. Ma ne usciva regolarmente per prestare ai suoi parrocchiani tutte le cure religiose, come se nulla fosse cambiato. Prudenza, ma senza paura. I suoi parrocchiani, che non capivano nulla delle misure governative, capivano lui, lo amavano sempre di più e si sarebbero fatti spellar vivi per lui. Il 17 marzo, dunque, arrivò un distaccamento di soldati alla ricerca, sembra, di certi ladri di bestiame. Essendo l'ora tarda, decisero di pernottare nella chiesa parrocchiale. Ma al tentativo di forzare le porte la gente si ribellò e ci fu una sparatoria. I soldati allora chiesero dei rinforzi e un altro distaccamento raggiunse il paese nel quale fecero casa del diavolo per far capire chi erano loro. Questi il giorno 9 stanarono il P. Nieves, travestito da contadino, ma fu lui stesso a dichiararsi sacerdote quando gli chiesero le generalità. Fu immediatamente preso prigioniero, insieme a due giovani contadini, i fratelli Sierra, che cercavano di tenerlo nascosto. La mattina del 10, soldati e prigionieri partirono alla volta di Cortazar, da cui dipendeva la Canada. Ma i prigionieri non vi arrivarono. Prima toccò ai fratelli Sierra. Fu permesso che il Padre li confessasse, poi furono fucilati mentre gridavano: - Viva Cristo Re - Ripresero il cammino. Vicini ormai a Cortazar, il comandante fermò il drappello e disse al P. Elias con sarcasmo: - Ora sta a voi. Fateci vedere se sapete morire come sapete dir Messa. - E il Padre rispose: - È giusto. Morire per la religione è un sacrificio gradito a Dio. - Su sua richiesta gli concessero una mezz'ora per prepararsi al grande passo che per lui era come l'offertorio di una messa con Gesù. Fu lui a scuotere la pesantezza del momento dicendo: - Eccomi, io sono pronto -: Quando i fucili furono spianati, egli disse con decisione: - Ora inginocchiatevi. Vi voglio benedire in segno di perdono -. Si inginocchiarono tutti, eccetto il comandante che gridò inviperito: - Io non voglio benedizioni. Mi basta la carabina. - E mentre il Padre aveva ancora la mano alzata per benedire, gli sparò al cuore. Il Padre fece in tempo a gridare con chiarezza anche lui: - Viva Cristo Re. - Subito la gente ha preso a venerarlo come un santo martire. Il suo corpo venne tumulato in un'apoteosi di folla, la terra imbevuta del suo sangue è stata conservata come reliquia, il luogo della fucilazione fu subito il suo santuario.
Il suo sacrificio è stato un'offerta per la pacificazione del popolo.
12 ottobre
Beata MARIA TERESA FASCE
(1881 - 1947)
di Atanasio Angelini O.S.A.
Nacque a Torriglia, a qualche chilometro da Genova, nell'albergo dei Cacciatori, di proprietà della famiglia, il 27 dicembre 1881, in una stanza nella quale si trovava un bel camino sul cui architrave era scritto: Magne Pater Augustine quasi un segno premonitore del suo futuro. Battezzata il giorno successivo, le fu dato il nome di Maria Giovanna, anche se tutti in famiglia la chiameranno solo Maria. Nella sua religiosa famiglia la piccola crebbe e fisicamente e spiritualmente, coltivando segretamente il seme della sua personale chiamata; seme che cresceva e si rafforzava nel suo cuore, frequentando a Genova, dove viveva con la sua famiglia, la Parrocchia della Beata Vergine della Consolazione, officiata dai figli di sant' Agostino. Quel seme germogliò con forza prorompente durante il 1900, l'anno della canonizzazione di santa Rita da Cascia, fino ad allora conosciuta forse nella sola terra umbra Per l'occasione i frati agostiniani di Genova organizzarono solenni festeggiamenti con il proposito di diffonderne l'eroicità. Di carattere forte e volitivo, amante del raccoglimento e della preghiera, era tuttavia briosa e vivace, pronta all'azione in qualsiasi momento si presentasse l'opportunità di una iniziativa di bene. L'ideale monastico le cantò presto nel cuore, ma dovette pregare assai e soffrire prima di poter ottenere il consenso di entrare nell'oasi alla quale Dio la chiamava. Il Monastero di S. Rita, in Cascia, l'accolse postulante a 25 anni, il 6 giugno del 1906. La notte di Natale, offrì al Signore la sua giovinezza, vestendo l'abito agostiniano e l'anno seguente, nella stessa solennità, sancì coi voti religiosi la sua immolazione. Dal 1914 le giovani novizie l'ebbero Maestra d'esempio e di parola. Dal 1917 al 1920, Dio la chiamò ai compiti gravi di Vicaria. Dal 1920, fino alla morte, con voto unanime, e di triennio in triennio immutato, le suore la vollero abbadessa e divenne, per antonomasia, "la Madre". Testimonianza chiara, viva, splendida, della sua attività di Superiora furono e restano le opere ch'ella concepì e seppe realizzare. Prima fra tutte il tempio di S. Rita e la divulgazione del culto di questa mirabile Santa in ogni parte del mondo. La piccola angusta chiesetta che trovò quando entrò in Monastero e che pur custodiva il corpo della Santa Taumaturga, prima di lei era presso ché sconosciuta. Oggi la Basilica è meta di centinaia di migliaia di pellegrini d'ogni provenienza che ne seguono la vita attraverso il bollettino, Dalle api alle rose, da lei stessa ideato nel lontano 1923, e che, tramite S. Rita, si avvicinano a Dio. Era il sogno della madre che in una lettera del 1943, auspicando la fine del conflitto mondiale, presagiva: Speriamo che presto il Signore faccia la grazia della conclusione pacifica e allora Cascia vedrà un popolo infinito di graziati. All'ombra del tempio furono accolte dal suo grande cuore le orfanelle che oggi, numerose, abitano il moderno "Alveare di S. Rita". Attorno al monastero, irradiazione della sua vita, sorgono altre opere stupende: l'ospedale S. Rita, la casa di esercizi. L'amore e la sofferenza della Madre Teresa ne furono e ne sono la linfa vitale. La carne debole fu infatti per Teresa lento, duro, lunghissimo calvario. Lo spirito pronto resisté sulla breccia fino all'ultimo giorno. Ritornò al Padre il 18 gennaio del 1947. La sua spoglia riposa nella cripta accanto alla Santa che immensamente amò e aspetta, in pace, l'ora della gloria. Fu beatificata da Giovanni Paolo II il 12 ottobre 1997.
14 ottobre
Beato GONSALVO DA LAGOS
(... - 1422)
di Tilde Giorgi
Nacque a Lagos (Algarve), nel Portogallo meridionale nel 1360 ca. Figlio di pescatori e pescatore lui stesso, mentre visitava una chiesa agostiniana a Lisbona, sentì la chiamata alla vita claustrale. Nel 1380 vestì l'abito agostiniano. Nell'Ordine si distinse ben presto per l'amore allo studio, benché, per spirito di umiltà, pur avendo indubbie capacità, non volle accettare il magistero in teologia. Divenuto sacerdote fu molto apprezzato sia come predicatore che per la cura delle anime. Amava dedicarsi ad insegnare le verità della fede alle persone più umili e ignoranti. Soprattutto ai bambini. Eletto più volte priore - resse i maggiori e più importanti conventi della provincia portoghese, come Lisbona e Santarem - mostrò ovunque grande zelo per l'osservanza regolare. Ben dotato come calligrafo, miniaturista e compositore di cantici sacri, non per questo disdegnava di compiere anche i lavori più umili, come cuoco o addetto alla portineria, qualora fosse necessario. Grande era il suo spirito di pietà, unito ad un senso ascetico molto vivo. Nel 1412 venne eletto priore di Torres Vedras, località non molto distante da Lisbona, dove rimase sino alla fine dei suoi giorni. Qui continuò a svolgere la sua attività instancabile in campo religioso, sociale e pedagogico, alleviando le sofferenze dei poveri, che nutrivano per lui un affetto filiale. Morì il 15 ottobre 1422 e fu sepolto nella chiesa conventuale di Torres Vedras, intitolata alla Madonna della Grazia. Già venerato come santo quando era in vita, il suo culto crebbe dopo la morte. Il ricordo del Beato - per loro S. Gonsalvo - si mantiene ancora oggi molto vivo tra i suoi conterranei che lo invocano come protettore della gente di mare e patrono della gioventù. Il suo culto fu confermato da Pio VI nel 1778.
20 ottobre
Santa MADDALENA DA NAGASAKI
1611-1634
I primi missionari agostiniani giunsero in Giappone nel 1602. Il terreno prometteva un buon raccolto tanto che di giorno in giorno aumentavano i frutti della messe. Le conversioni si moltiplicavano. La vita agostiniana attraeva i nativi al punto tale che esistevano già religiosi; terziari e cinturati. Improvvisamente però scoppiò una persecuzione che rese vane tutte le speranze. Figlia di nobili e ferventi cristiani, nacque nel 1611 vicino a Nagasaki. Ricordano le antiche carte che Maddalena era una giovane gracile, delicata ma bella. Condannati a morte per la loro fede cattolica, i suoi genitori e i fratelli furono martirizzati quando essa era ancora giovanissima. Nel 1624 conobbe due agostiniani recolletti, Francesco di Gesù e Vincenzo di sant'Antonio. Attratta dalla profonda spiritualità dei due missionari, si consacrò a Dio come terziaria agostiniana recolletta. Da allora il suo vestito fu l’abito da terziaria e le sue uniche occupazioni la preghiera, la lettura di libri santi, l'apostolato. Viveva tuttavia in un'epoca drammatica poichè la persecuzione che infuriava contro i cristiani era diventata sempre più sistematica e crudele. Maddalena infondeva coraggio ai cristiani, insegnava il catechismo ai bambini, chiedeva l'elemosina ai commercianti portoghesi per i poveri. Nel 1629 cercò rifugio nelle montagne di Nagasaki, per condividere le sofferenze e le angosce dei suoi concittadini. Incoraggiava a mantenersi forti nella fede, riportava sulla buona strada quanti, vinti dalle torture, avevano rinnegato Cristo, visitava i malati, battezzava i bambini, portava a tutti una parola di conforto. Di fronte alle apostasie dei cristiani atterriti dalle torture alle quali erano sottoposti e desiderosa di unirsi per sempre a Cristo, Maddalena decise di sfidare i tiranni. Vestita con l’abito di terziaria, nel settembre 1634, si presentò ai giudici. Portava con sè un piccolo fagotto pieno di libri santi per pregare e meditare nel carcere. Né le promesse di un vantaggioso matrimonio, né le torture riuscirono a piegare la sua volontà. Nell'ottobre del 1634 fu sottoposta al tormento della forca e della fossa. Sospesa per i piedi, con la testa e il petto sommersi in una fossa, coperta con tavole per rendere più difficile la respirazione, la coraggiosa giovane invocava durante il supplizio i nomi di Gesù e Maria e cantava inni al Signore. Tredici giorni resistette nel tormento. La notte del tredicesimo giorno un acquazzone inondò la fossa e Maddalena morì affogata. I tiranni, bruciato il suo corpo, sparsero le ceneri nel mare per evitare che i cristiani conservassero le reliquie. Beatificata nel 1981, è stata canonizzata da Giovanni Paolo II il 18 ottobre 1987. La sua memoria liturgica ricorre il 20 ottobre.
23 ottobre
GUGLIELMO di Malavalle
† 1175
Incerte sono le notizie circa questo santo, da qualcuno identificato con altri omonimi. Forse di origine belga, dopo una giovinezza scapestrata, si convertì e si fece eremita verso la metà del XIII sec. a Lupocavio presso Pisa, poi in uno speco a Malavalle presso Siena. E' il fondatore della Congregazione degli Eremiti o Guglielmiti, che confluirono nell'Ordine Agostiniano dopo il 1256. Morì nel 1175. Il suo culto fu approvato nel 1202 e la sua festa si celebra il 10 febbraio. Nella Libreria del convento agostiniano di san Barnaba a Brescia è probabilmente lui il S. Gulielmus Gallicus che regge in mano un teschio che sta osservando con amore. Alle sue spalle è raffigurata una croce. Probabilmente è lo stesso Guglielmo che fu raffigurato a Gravedona con l'aureola di santo. A Gravedona viene definito come Guglielmo di Lorenga (Lorena in Francia).
Notizie dalla bibliografia
Aprile 1137, viene annunciata la morte di Guglielmo X d'Aquitania, sopravvenuta mentre è in viaggio di penitenza verso Santiago de Compostella. "Non tutto è stato chiarito in merito a questo evento. Infatti si sostiene che Guglielmo, risoluto a fuggire il mondo, avesse elaborato tutta una messinscena: fatti celebrare i suoi finti funerali il venerdì santo, egli si sarebbe recato a Gerusalemme per ottenere il perdono delle colpe, e quindi si sarebbe ritirato in una foresta presso il borgo di Castillon. Il tutto ha un po' troppo l'aria di romanzo, ma come sapere cosa accadde effettivamente ? " (Jean Markale - Eleonora d'Aquitania La Regina dei Trovatori - Rusconi).
"Verso la fine del mese, alcuni messaggeri si erano presentati al castello reale di Béthisy, dove risiedeva, allora, il re di Francia; gli recavano la notizia della morte di Guglielmo, duca d'Aquitania, loro signore. Morte inattesa come non altra. Guglielmo aveva infatti trent'otto anni e sembrava nel pieno delle forze quando, poco tempo prima, aveva lasciato i suoi Stati per compiere il pellegrinaggio a Compostella; ma non era riuscito ad arrivare fino al santuario, il venerdì santo, 9 aprile, una malattia, che le cronache non precisano, aveva inchiodato al suolo questo gigante, di una forza fisica leggendaria e di un fenomenale appetito; di lui si diceva che fosse capace di divorare, in un solo pasto, la razione di otto persone." (Régine Pernoud – Eleonora)
L'origine dell'eremo di Malavalle è legata alla figura leggendaria di San Guglielmo, che male si distingue tra gli omonimi contemporanei. Gli studiosi nel passato hanno infatti fornito svariate ipotesi sull'identità del santo, ribadendone sempre, pur attraverso genealogie diverse, l'origine nobiliare. L'origine dell'eremo di Malavalle è legata alla figura leggendaria di San Guglielmo, che male si distingue tra gli omonimi contemporanei. Gli studiosi nel passato hanno infatti fornito svariate ipotesi sull'identità del santo, ribadendone sempre, pur attraverso genealogie diverse, l'origine nobiliare. "Convertito da San Bernardo il Duca Guglielmo si reca nel bosco per trovare la "via della salvezza" con l’aiuto di un eremita che non lo assolve e lo manda da un altro religioso che lo indirizza ancora ad un terzo. Attraverso questi viaggi simbolici Guglielmo ricerca, la strada verso la santità e verso le necessarie sofferenze per ottenerla. Sarà qui che riceverà il "giacco", la corazza di ferro che indosserà per tutta la vita come cilicio. Recatosi a Gerusalemme, vi rimane per nove anni dopo di ché torna in Europa e nei pressi di Lucca è tentato di riprendere la vita militare. In procinto di assalire un castello, ma diviene improvvisamente cieco. Si pente e decide di tornare nell'eremo di Gerusalemme, ma viene catturato di Saraceni Che però lo liberano per il gran puzzo di carne putrefatta che usciva dalla sua corazza. Ritorna nella città santa di Gerusalemme e la lascia definitivamente dopo due anni. Dopo un pellegrinaggio in Spagna al Santuario di San Giacomo di Compostella, si trasferisce jn Italia per fondare una comunità eremitica vicino a Pisa, a Livallia, ma scandalizzato dalla condotta morale dei confratelli si costruisce un rifugio solitario sul monte Pruno. Ultima sua dimora è !a valle detta "Stalla dei Rodi", nome cambiatole più tardi in Malavalle. Qui viene raggiunto dalla morte il 10 febbraio 1157." (Paolo Pisani - Santi Venerabili nella provincia Edizioni Cantagalli)
"Nella storia dei santi, intorno a Guglielmo di Malavalle fanno quadro due diòscuri. Lo precedono Bernardo di Chiaravalle e Norberto da Xanten, il fondatore dei premonstratensi, e lo seguono Francesco d'Assisi e Domenico da Caleruega. Non può stupire che questo quadro non sia di molto giovamento alla figura di Guglielmo. Nonostante il fatto che un ordine portasse il suo nome, Guglielmo non era un fundator ordinis nel senso stretto della parola. Non era teologo di fama come Bernardo, non esercitava un ufficio ecclesiastico come Norberto, arcivescovo di Magdeburgo, non era neanche prete come Domenico e non era dotato di un fascino comparabile a quello di Francesco. Pare dunque legittimo chiedersi per quale motivo Martino, vescovo di Grosseto, chiedeva negli anni Settanta del XII secolo a Alessandro III di adscribere beatum Guilelmum sanctorum catalogo venerandum. Come mai Guglielmo fu denominato il Grande? Per quale motivo la venerazione di questo eremita di Grosseto si estendeva dall'Italia in Francia, nei Paesi Bassi, in Germania e Austria, nella Boemia e nell'Ungheria?" (Kaspar Elm - Un eremita di Grosseto di fama europea: Guglielmo di Malavalle - tratto da: a cura di Vittorio Burattini - La Cattedrale di Grosseto e il suo popolo 1295-1995- Atti del Convegno di studi storici Grosseto 3-4 novembre 1995 - I Portici Editori). Sulla figura di Guglielmo X d'Aquitania (Guglielmo VIII di Poitiers), le fonti non ci dicono molto. Sappiamo che era primogenito di Guglielmo IX, divenuto famoso come il primo dei trovatori, personaggio spesso in rotta di collisione con la chiesa, scomunicato più volte e, infine, redento. Crociato e Sposato due volte, prima con Ermengarda d'Angiò, poi con Filippa di Tolosa, non esita ad ostentare il suo rapporto con la viscontessa di Chatellerault. "Quando scompare nel 1127, lascia il ricordo di una personalità singolarmente complessa, a forti tinte: è comprensibile che i cronisti dell'epoca, Orderico Vitale, Guglielmo di Malmesbury, il priore di Vigeois, abbiano largamente parlato di lui." (Henri-lrénée Marrou - I Trovatori - Jaca Book).
"Suo figlio Guglielmo X, non era della stessa tempra. Ebbe tuttavia anche lui le sue noie con la chiesa, ma non per le medesime ragioni del padre. Il fatto è che il padre di Eleonora aveva riconosciuto l'autorità dell'antipapa Anacleto, anziché quella di Innocenzo Il legittimamente eletto, il che aveva scatenano le proteste del clero nei suoi stati. Allorché san Bernardo di Chiaravalle andò da lui a scongiurarlo che rientrasse nell'ortodossia, Guglielmo rovesciò l'altare a cui il monaco aveva detto messa poi, non bastando ciò a placare la sua collera, si avventò contro il santo, che dovette la sua salvezza solo a una fuga rapidissima."
(Jean Markale - Eleonora d'Aquitania La Regina dei trovatori - Rusconi)
23 ottobre
GIAN BONO
di B. Van LUIJK
Giovanni Buono o Gian Bono fu uno dei laici attirati dall'ideale dei penitenti. Uomini e donne si sentivano chiamati a cambiar vita, a convertirsi, a realizzare una "metanoia", cioè un approfondimento di fede e di vita cristiana. Nella Lombardia questa corrente ebbe diverse forme. Si lasciava il mondo per la santificazione personale, che però presto si estese alla santificazione del prossimo, della società di cui ciascuno si sapeva membro. Questa tendenza era in rapporto con lo sviluppo dell'ideale apostolico (della "vita vere apostolica") e con la novità di proiettare l'amore verso Iddio nell'amore verso il prossimo. Inoltre, anche la proclamazione del celibato come la forma di vita che conduce più presto a Dio, sia l'individuo che la comunità cristiana, ebbe un forte influsso nel movimento dei "penitenti". Accettati questi valori, Gianbono disse addio nel 1209 al mestiere di trovatore, sentendosi in quella forma di vita come un traviato. Era quarantenne, cioè nell'età di transizione e di rivalutazione della vita. Scelse come dimora il vico di Butrioli presso Cesena. Quando altri, che nutrivano gli stessi ideali, lo scelsero come direttore, cominciò a pensare all'organizzazione e all'approvazione del movimento e perciò si rivolse al vescovo Otto di Cesena. Questi gli era benevolo, approvò l'iniziativa come istituto diocesano e lo sottomise esplicitamente alla sua giurisdizione. Gianbono ed i suoi seguaci portavano il vestito eremitico, sia corto che lungo, con una cintura; fecero la professione religiosa nelle mani del vescovo, e vivevano secondo costumi particolari, come il far crescere la barba. Questo fu però poco dopo lasciato al giudizio e al gusto di ciascuno. Secondo le direttive curiali del 1215, i Gianbonini accettarono una regola approvata: quella di S. Agostino. Questa scelta venne confermata dal papa nel 1225. Nella congregazione non vennero soltanto accettati cesenati, ma anche persone di altre regioni e fra loro un bel numero di preti e di canonici, cosicché l'istituto perse presto la primitiva forma laicale e diventò clericale. La necessità di una buona organizzazione venne dall'inizio segnalata, e Gianbono accettò l'incarico di "priore maggiore" e venne assistito da "defìnitori". Il suo istituto rimase diocesano fino al 1240, quando le prime fondazioni fuori Butrioli vennero realizzate, cioè a Bertinoro, a Faenza e nella città natale di Gianbono: Mantova. Il carattere locale dei primi quindici anni è illustrato dalla prima formula di professione: "Ego NN. facio professionem et promitto obedientiam Deo et B. Mariae et tibi Priori Fratrum Eremitarum S. Mariae de Caesena tuisque successoribus usque ad mortem secundum Regulam B. Augustini et Constitutiones fratrum istius loci" (L. 102, § 5). L'espansione dopo 1240 è caratterizzata dall'affiliazione o dall'incorporazione di piccole comunità esistenti e, in alcuni casi, anche da nuove fondazioni. L'espansione incontrava l'opposizione da parte dei Frati Minori pel fatto che i Gianbonini portavano un abito molto uguale al loro. Essi dicevano di avere il diritto di precedenza: per mettere fine alle liti ispirate da gelosia e da invidia, la curia romana prescrisse ai Gianbonini l'abito nero con maniche larghe, cintura larga, cappuccio e bastone di questuante con traversa dritta. L'abito doveva lasciar libera la calzatura, affinché i fedeli potessero vedere e distinguere i sandali usati dai francescani e gli zoccoli o scarponi chiusi scelti dai Gianbonini. Questi con un numero totale di circa cinquanta membri si sottomisero senza contraddire al decreto emanato dai cardinali Tommaso e Rainaldo ed approvato dalla curia papale (Dudum apparuit del 24 marzo 1240, L. 22. Per le conseguenze per i Brettinesi vedere sopra, pp. 33-35). La rivalità riguardo all'abito coincidette con l'espansione nelle Marche d'Ancona e di Verona e nella Lombardia. Prima del 1245 i Gianbonini entrarono in Ferrara, Reggio, Parma, Modena, Sàvena, Ravenna e Verucchio; poi in Padova, Verona, Vicenza, Treviso e Venezia. Dopo il 1245 seguirono nuove fondazioni in Poncelia, Podioli, Rimini, Borgo S. Sepolcro e Foligno. Le fondazioni lombarde si accrebbero fra il 1245 fino al 1256 con Piacenza, Tortona, Milano, Biella, Cremona, Brescia e Crema. Nel 1256 i Gianbonini avevano con certezza ventotto conventi. La costituzione papale anche per loro importante: Religiosam vitam eligentibus è datata il 26 aprile 1246. In questo documento si nota che i conventi non sono nominati singolarmente ma genericamente. In alcuni dettagli il contenuto differisce dalla bolla omonima concessa ai Brettinesi e agli Eremiti Toscani; variazioni che indicano aspetti particolari nello sviluppo e nel carattere dei Gianbonini. Le loro fondazioni non sono descritte come quelle dei Toscani, ma piuttosto in una forma di tipo brettinese: sono indicate come "loca" e non come "parrochiae". I Gianbonini hanno però un carattere più apostolico che i Brettinesi, come indica il fatto che conservano il Crisma. In più è indicato che l'approvazione dei loro costumi spetta al vescovo, a meno che non abbiano già ricevuto l'approvazione papale. L'osservanza della povertà è più rigorosa che fra i Toscani in quanto, come i Brettinesi, non dispongono di entrate finanziarie in forma di decime o imposte (L'atto notarile attestante la fondazione del convento: Appendice XII, p. 106. Per l'espansione geografica cfr. pp. 68 e 80). Nel 1247 ricevettero nella forma consueta il diritto di predicare e di confessare (Vota devotorum del 26 sett. 1246, L. 57), un fatto che indica l'ulteriore sviluppo del loro carattere clericale.
25 ottobre
SAN GIOVANNI STONE
.. - 1539
Il 3 novembre 1534 il parlamento inglese dichiarava che il re era il capo supremo della Chiesa in Inghilterra. Veniva così ufficializzato, reso esecutivo e obbligatorio per tutti i sudditi lo scisma dell'Inghilterra dalla Chiesa cattolica. Ai religiosi non rimaneva che scegliere una di queste tre possibilità: giurare fedeltà al re e abbandonare la vita religiosa, rifugiarsi all'estero, o affrontare il carcere e la morte. Padre John Stone, del convento agostiniano di Canterbury, fece la scelta più coerente con la sua fede, quando un agente del re, il 14 dicembre 1538, si presentò al convento con l'ordine di chiudere la casa religiosa e di far firmare ai membri della comunità il giuramento di fedeltà. Molti si sottomisero per paura, P. John no. Fu messo in prigione, fu portato anche al cospetto del primo ministro Thomas Cromwell, si cercò di convincerlo ad aderire allo scisma. Ma niente e nessuno riuscì a persuaderlo. Anzi, nei dodici mesi di prigione che seguirono alla sua cattura, di sua spontanea volontà volle aggiungere ulteriori penitenze alle già numerose sofferenze che gli venivano inflitte, per avere la forza di rimanere fedele a Cristo nel momento della testimonianza suprema. Infine il processo e la sentenza: il "papista" è condannato a morte. Il 27 dicembre 1539 una lenta e lugubre processione si snodava per le vie della città di Canterbury. P. John, adagiato e legato sopra un graticcio trascinato da un cavallo, attraversò la città e venne portato su una collina fuori delle mura, ove venne impiccato. Poi, secondo la barbara usanza del tempo, il suo corpo venne squartato e i resti furono fatti bollire in una caldaia. Nel libro contabile del ciambellano di Canterbury c'è un elenco delle spese pagate dal comune per il legname usato per la costruzione del patibolo e del capestro: "Pagato per mezza tonnellata di legname per una forca con cui impiccare il frate Stone: 2s 6d.". Beatificato da Leone X nel 1886, Paolo VI il 25 ottobre 1970 lo dichiarava santo, insieme ad altri 39 martiri, sacerdoti, religiosi e laici, uomini e donne, uccisi per causa della verità e dell'unità della Chiesa.
7 novembre
Beato GRAZIA DA CATTARO
(1438 - 1508)
di Rudolf Arbesmann O.S.A.
Il beato Grazia venne alla luce a Mulla, un piccolo villaggio nella pittoresca baia di Cattaro, oggi Kotor, sulle coste dalmate, allora il centro più importante del golfo e della diocesi. Nell'anno 1423 la città si era sottomessa liberamente alla signoria veneziana e aveva così conservato l'indipendenza. La lunga egemonia dei veneziani si rispecchia ancora nell'architettura della città e, grazie al legame con la Serenissima, era diventata un porto vivace e ricco di commercianti, marinai e pescatori. Grazia era un uomo di mare e tale rimase fino all'età di trent'anni. In uno dei suoi viaggi capitò in una chiesa di Venezia e venne conquistato da una predica dell'agostiniano Simone da Camerino, tanto che decise di entrare nell'Ordine. Fu accettato nel convento di Monte Ortone nelle vicinanze di Padova come fratello converso. Questo convento era la culla di una delle nuove congregazioni dell'Ordine, formatosi allora in Italia ed insieme alle altre si distingueva per il grande zelo per la disciplina. Esso fu accettato nel 1433 dal Priore generale Gerardo da Rimini e annesso alla provincia del distretto di Treviso, con la condizione che avrebbe ospitato solo quei confratelli fermamente fedeli agli ideali della riforma dell'Ordine. Fratello Grazia, che lavorava in giardino, si guadagnò presto la stima e la riconoscenza dell'intera comunità. Quando altri due conventi della riforma entrarono nell'Ordine, la congregazione venne eretta ufficialmente. Tra il 1472 e il 1474 Simone da Camerino appare nei registri generali, come Vicario. Dopo questi anni Grazia venne mandato a S. Cristoforo a Venezia e in questa città morì l'8 novembre 1508. Al di fuori di queste poche notizie e del culto che ancora oggi gli viene tributato nell'Ordine e nel suo paese d'origine, non sappiamo altro di Grazia. La biografia in lingua italiana del Lazzerini (1643) e quella latina di Eliseo di Gesù e Maria (1677) non hanno fondamenti documentati. Ma proprio i racconti sulla sua austerità di vita e la potenza prodigiosa della sua intercessione danno testimonianza della sua fama di santità. Il culto venne ratificato nel 1889 da Leone XIII. Le sue reliquie riposano nella Chiesa di Mulla (Muo) vicino a Kotor.
13 novembre
Tutti i Santi OSA
29 novembre
Beato FEDERICO da RATISBONA
... - 1329
Fu un fratello laico d'avanguardia e di conseguenza santo. Ratisbona è una città della Baviera da sempre di sentita fedeltà alla consegna della fede, ivi diffusa dallo zelo dei monaci e difesa - sebbene non sempre nobili ideali - dai duchi contro il luteranesimo in particolare. Fu e resta un baluardo di cattolicità per la Germania. Gli agostiniani in tale contesto di fede trovarono fertile terreno per la loro crescita. Testimoni di cultura in conventi generalizi coltivavano studi filosofici e teologici. Insegnavano anche l'apostolato del lavoro manuale nella consacrazione monastica. Federico allo studio preferì questa forma di vita che nel mondo agostiniano del nord è stata fino ai nostri giorni largamente vissuta fino a dare un numero di fratelli laici superiore ai sacerdoti. Un lavoro qualificato, riconosciuto civilmente, spesso con diploma, che consente di espletare le diverse attività anche fuori dal chiostro: l'organista con la complessa corale, il falegname con scuola d'apprendistato, il sarto, il pittore che oltre al convento offre la sua arte a parrocchie sprovviste, non esclusi saloni della nobiltà ... e infine il lavoro di casa, quello semplice, di ogni brava casalinga che riguarda la pulizia e la manutenzione dei locali. A questo appunto attendeva con umiltà e passione il beato Federico. Era addetto principalmente alla legnaia, alla sacrestia e alla cantina. Al priore che l'accolse dovette apparire robusto e muscoloso se lo impegnò subito nei lavori più pesanti: spaccare la legna per la cucina e il forno, attendere alla cantina per lavarvi le uve e servirne buon vino a tavola; mantenere il sacro decoro nella chiesa. Come sacrestano non lasciava a desiderare, oltre tutto perché agli imprevisti inconvenienti rimediava immancabilmente attingendo dall'alto. Un sabato d'inverno nel preparare l'altare si trovò senza fiori; in giardino le prime giunchiglie erano bruciacchiate dal gelo o gualcite sotto una abbondante falda di neve. Buon per lui che nei casi d'emergenza sapeva aggrapparsi al suo buon angelo custode, per il quale aveva devozione tenerissima. Anche allora lo pregò di provvedere lui i fiori per il Santissimo. Appena il tempo di passare dalla chiesa alla sacrestia, ed ecco sul lavello un bel mazzo di rose fresche e profumate, quasi sbocciate al sole di maggio. I confratelli prendevano una edificazione singolare nel vederlo sempre occupato e nel porre in ogni lavoro il maggior impegno. I ritagli di tempo li trascorreva in preghiera nella legnaia, la piccola succursale della chiesa conventuale, tappezzata di sacre immagini. Brillò per ubbidienza che allora si predicava e si praticava pronta e cieca. Dio in più d'un caso intervenne col prodigio a sottolinearne il valore e il gradimento. Si narra infatti che un mattino i caminetti delle stanze dei frati fossero sprovvisti di legna e fuori nevicava fitto. Mentre il beato scendeva in chiesa per il coro il priore lo dispensò della preghiera e gli ordinò di provvedere d'urgenza la legna necessaria. Fra Federico rispose all'ordine con un leggero inchino di capo e scese difilato in legnaia. In fondo al cuore sentiva rammarico di dover rinunciare quel giorno alla Comunione. Si pose prontamente all'opera per spegnere i sentimenti di santa invidia nei confronti dei confratelli già in devota salmodia. Tirava già fendenti decisi sui ceppi renitenti allo squarto e ritmava le poderose asciate con pie giaculatorie. Ad un tratto avvertì misteriosamente una presenza angelica e mentre si inginocchiava stupito, appoggiandosi all'ascia, gli fu porta la sacra particola. Una comunione-premio alla sua trabocchevole ubbidienza e docilità. Quanto a puntualità poi era ... tedesco e tanto basta. Alla chiamata della campana, ad una voce o cenno lasciava la sua occupazione e correva in direzione del comando, ilare e prontissimo al sì. Quando un giorno era in cantina a spillare il vino dalla botte gli giunse tonante la voce del priore. Immediatamente lascia a terra il boccale sotto il getto spumante del vino e pronto agli ordini. Si dice che, lui partito, il getto si arrestò prontamente, quasi raggelato sul buco dell'usciolo e non se ne perse nemmeno una goccia. Onorava con particolare rispetto i confratelli insigniti del sacerdozio, in quanto ministri di Dio. Con tutti si rendeva servizievole, sempre gentile e premuroso. Mai che fosse stato visto offendersi per sgarbi, disattenzioni o umiliazioni, di cui ebbe a soffrirne tacitamente la sua parte. Gli ultimi anni al già ridotto lavoro manuale sostituì prolungate ore di preghiera in chiesa, anche per i benefattori che accorrevano numerosi per la stima di santità che di lui avevano. Morì in avanzata età il 29 novembre 1329. Sul suo sepolcro si accumulavano gli ex-voto a testimonianza della sua sensibilità per tanti bisogni che a lui continuavano ad andare come in vita. Le sue reliquie sono esposte nella chiesa agostiniana di Ratisbona ed il culto, riconosciutogli da papa Pio IX nel 1909, è tuttora fiorente.
16 dicembre
Beato CHERUBINO TESTA da Avigliana
1451 - 1479
Fu una vocazione tardiva che a 20 anni seppe prendere la decisione di consacrarsi a Dio. Vi fu orientato da padre Agostino d'Anna da Carignano, un predicatore agostiniano che aveva risvegliato tante coscienze alla verità cristiana. Ad Avigliana tenne una predicazione straordinaria, per cui il popolo volle gli agostiniani in città. Terreno e progetto furono tosto trovati e nel 1452 sorse il convento col titolo della Beata Vergine delle Grazie. La Congregazione Agostiniana di Lombardia operava allora a rivitalizzare gran numero di conventi, creandone anche di nuovi dal Piemonte alle Marche, compreso Tolentino. Il conventino d'Avigliana, appena fuori dell'abitato, divenne subito noviziato e professorio e si rivelò un vivaio di santità grazie alla direzione spirituale del beato Adriano Berzetti, religioso di grande spirito di orazione e penitenza. Avigliana è un piccolo centro della Val di Susa, non lontano dalla Sagra di San Michele, che nel degradar delle Alpi sorge su spuntoni di roccia attorno al vecchio castello del Conte Rosso. La famiglia Testa di antica origine vi godeva rinomanza per le amichevoli relazioni e i servizi ai Savoia, che in Avigliana avevano un turrito castello e contavano un buon vassallaggio. Il palazzo Testa, anch'esso con torre, vantava il secondo orologio di allora, dopo quello di sant'Eustorgio a Milano. La famiglia era composta da tre persone: Filippo, un gentiluomo intraprendente e pio, Lucrezia, sua moglie, energica e insieme mite e devota, Cherubino, il figlio di buone inclinazioni. I genitori avevano concorso alla fondazione del convento agostiniano, che Cherubino frequentava con piacere. A vent'anni entrò in convento. Il padre Berzetti seppe leggere in quell'animo cristallino l'innocenza dei costumi e la intenzione retta con cui il giovine operava la scelta. L'accolse paternamente e l'animò con esempio integerrimo e illuminati consigli a corrispondere alla vocazione religiosa. Cherubino coltivò la preghiera e la meditazione, approfondendo la passione di Gesù. Si esercitò nel sacrificio per adattarsi alle diverse condizioni del monastero rispetto alla casa paterna. Il suo primo incarico fu provvedere ai poveri che si presentavano per essere sfamati. Vi pose il massimo impegno, sollecitando all'occorrenza la generosità dei genitori. Attese con impegno allo studio della filosofia e teologia e in capo a qualche anno divenne sacerdote. Mentre stava aspettando la sua nuova destinazione la sua salute andò deperendo. Le cure prestate non valsero a farlo riprendere e in breve giunse alla morte. A soli 28 anni, il 17 dicembre 1479 padre Cherubino passò a maggior gloria. Che fosse un santo se ne parlava da tempo, ma ora, dopo la morte, le voci si fecero insistenti. Vari miracoli confermarono le voci popolari. Quando nel 1805 il fatiscente convento delle Grazie fu demolito l'urna fu trasferita nella parrocchia di san Giovanni, dove tuttora è venerato. Appartenente alla nobile famiglia Testa, Cherubino nacque ad Avigliana (Torino) nel 1451. Abbracciata ben presto la vita religiosa, vestì l'abito degli Eremitani di S. Agostino nel locale convento dell'Ordine, fondato dal beato Adriano Berzetti da Buronzoo Quivi condusse, sino alla fine della sua breve esistenza, un'austera vita di mortificazione e di santità, improntata sempre a un profondo spirito di obbedienza e a un'immensa pietà, distinguendosi, inoltre, per la sua purezza e per la particolare profonda devozione alla Passione di Cristo, tanto da trascorrere gran parte della sua giornata piangendo, in estatica contemplazione di Gesù crocifisso. Cherubino si spense, ventinovenne, il 17 settembre 1479 nello stesso convento aviglianese. Si narra che, nel momento medesimo in cui esalò l'ultimo respiro, le campane del luogo si misero a suonare da sole prodigiosamente, quasi ad annunziare il felice transito dell'anima sua in paradiso. In un dipinto esistente un tempo nel chiostro dell'antico convento agostiniano di Tolentino, nelle Marche, il beato Cherubino era raffigurato con l'aureola, un giglio geminato sul cuore e un crocifisso nella mano destra; sotto l'immagine si poteva leggere la seguente iscrizione: Beatus Cherubinus de Aviliana, conventus S. Augustini Avilianae magnus splendor. La ragione per cui veniva rappresentato con il giglio germogliante dal cuore è spiegata da taluni antichi scrittori agostiniani, quali, ad es., il Torelli e l'Elsen, col fatto che, avvertendo i suoi confratelli un soave olezzo sprigionarsi dal suo sepolcro ogni qualvolta vi passavano davanti per recarsi in coro, fu deciso di esumare il corpo del beato per trasferirlo in una più degna sepoltura; all'apertura del sepolcro si vide che un odoroso giglio era spuntato miracolosa- mente dal cuore di Cherubino. Tali prodigi, verificatisi dopo la sua morte, favorirono l'immediata affermazione del culto in suo onore, conservatosi sempre vivo nel tempo, cosi da ottenere solenne conferma da parte di Pio IX, il 21 settembre 1865.
